Roma - Anche l’Italia dei Diritti, il movimento a carattere nazionale presieduto da Antonello De Pierro, che sin dalla sua costituzione si occupa di tutelare i diritti dei cittadini e di sollevare di fronte all’opinione pubblica eventuali soprusi ai danni di essi, scende in campo al fianco dei famigliari di Manuel Eliantonio, al fine di fare chiarezza su una vicenda alquanto complicata e oscura. Una vicissitudine iniziata la sera del 23 dicembre del 2007 quando una macchina con a bordo cinque ragazzi, uno dei quali Manuel, viene fermata dalla polizia stradale in un autogrill della A6 Torino- Savona. Il protagonista dell’accaduto, la cui notorietà in seguito alla sua morte è ormai l’unica cosa certa, è stato l’unico a reagire al fermo e a fuggire. Questo lo porterà in carcere con un’accusa ben precisa: resistenza a pubblico ufficiale. Il 16 gennaio gli vengono concessi gli arresti domiciliari, revocati due mesi dopo per non aver rispettato l’obbligo di dimora. Da quel momento in poi inizia il calvario di Manuel Eliantonio. Dopo essere stato condannato a 5 mesi e 10 giorni, morirà suicida, secondo gli atti, nel successivo mese di luglio. Ma a contraddire le pratiche, ormai chiuse con il lucchetto dell’omertà , i segni visibili sul corpo della vittima: lividi, percosse e tracce di sangue che sembrerebbero stridere con la presunta causa del decesso. Sarebbe morto, infatti, dopo aver ingerito una corposa dose di butano. A nulla è servita la reazione della madre che ha prontamente denunciato l’accaduto, dichiarando che il ragazzo avesse timore di qualsiasi tipo di gas e portando alla ribalta delle cronache il fatto che la notifica del decesso sia giunta alla famiglia con una semplice telefonata, che invitava oltretutto la donna a non recarsi nel carcere in cui suo figlio era detenuto, perché la sua vita non esisteva più. E infatti al suo posto, la madre ha trovato, raggiungendo immediatamente l’obitorio del San Martino a Genova, il corpo esanime di un 22enne, come freddamente annunciato dalla comunicazione telefonica. A sostenere la tesi dei famigliari, ovvero che Manuel non si sia suicidato, una lettera da lui firmata e giunta alla madre che parlerebbe di abusi nei suoi confronti. Sembra infatti che subisse percosse e fosse costretto a ingerire psicofarmaci.
“Mi sembra innanzitutto doveroso esprimere a nome di tutto il movimento il cordoglio alla madre e a tutti famigliari di Manuel per quanto accaduto” dichiara Antonello De Pierro, presidente dell’Italia dei Diritti. “Nell’attesa auspico che gli inquirenti agiscano, con la stessa celerità usata l’anno scorso per processare, arrestare e quindi giungere all’archiviazione del caso, al fine di far luce e chiarezza su questa triste e penosa vicenda. Per tale ragione attiveremo al più presto i nostri responsabili di zona, Antonella Silipigni, responsabile per la città di Genova e Maurizio Ferraioli, responsabile per la Liguria per seguire da vicino il caso”.
“Al di là delle motivazioni magari giuste - afferma De Pierro - che hanno portato all’arresto e poi alla condanna, vale a dire la resistenza a pubblico ufficiale, non ci sono giustificazioni per lo scempio che la madre, al momento del riconoscimento, ha trovato davanti a sè. Le percosse e le umiliazioni alle quali Manuel sarebbe stato sottoposto, risulterebbero piuttosto evidenti dalle foto del suo cadavere che, da quel 25 luglio, giorno della sua morte, affollano le pagine del web. Al contrario i veri motivi del decesso sono taciuti quasi ovunque”.
“La cosa che mi lascia veramente perplesso - aggiunge De Pierro - è che mentre un ragazzo si macchiava di reato di resistenza a pubblico ufficiale, entrando così in una vicenda che lo avrebbe portato a un triste epilogo, ovvero la sua morte, contemporaneamente un personaggio già condannato in via definitiva per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale assumeva l’incarico di ministro dell’Interno nell’attuale governo Berlusconi, a capo degli stessi poliziotti che hanno legittimamente arrestato Manuel”.
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