Il petrolio non ha prezzo. Non solo uno

Il greggio messicano vale 15 dollari meno di quello europeo o americano. Concentrarsi su Brent o Wti può dare un’immagine distorta. A colpire sono le oscillazioni

Il prezzo del petrolio è una delle variabili chiave dell’economia mondiale a cui non solo gli specialisti, ma anche l’opinione pubblica presta attenzione. Bisogna però tenere presente che è improprio parlare di “prezzo del petrolio” perché non esiste un prezzo unico, ma praticamente ogni greggio, che è diverso dagli altri per caratteristiche fisiche e per localizzazione, ha un suo prezzo con differenze rilevanti. Ad esempio, la media dei prezzi di dicembre 2005 del Wti (West Texas intermediate, il greggio di riferimento americano) è stata di 59,36 dollari al barile ($/b), quella del Brent (un greggio del Mare del Nord che serve di riferimento in Europa) di 57,11 $/b, ma quella del greggio Maya, prodotto in Messico, solo di 42,37 $/b. I media si focalizzano di solito sul prezzo del Wti o del Brent, che sono tra i greggi con i prezzi più elevati, quindi il prezzo medio del greggio mondiale è sempre di alcuni dollari al barile al di sotto di quello che viene comunemente indicato con “il prezzo del petrolio”.

Ma più ancora che il livello del prezzo, ciò che sorprende gli osservatori è la sua forte volatilità sia al rialzo che al ribasso. Nell’ultimo anno, ad esempio, il grafico del prezzo assomiglia alle montagne russe, con una differenza del 40% tra il massimo e il minimo.
C’è una spiegazione economica a tutto ciò che non sia “è colpa della speculazione”? La risposta della teoria economica è la seguente: il prezzo del petrolio contiene strutturalmente una parte (importante) di “costo d’uso” o rendita di rarità e la rendita è influenzata, oltre che da fatti e tendenze reali, anche da aspettative che sono molto volatili. Inoltre, nel breve periodo, la domanda è poco elastica al prezzo e crescente con il reddito mondiale e quindi, in presenza di pieno utilizzo della capacità produttiva, piccoli disequilibri provocano sensibili variazioni del prezzo.
Se a ciò si aggiunge che la dinamica dell’offerta può essere influenzata da eventi politici o naturali scarsamente prevedibili, è chiaro che non ci si può più stupire della variabilità del prezzo del petrolio.

Un altro interrogativo ricorrente sul prezzo del petrolio è se esso sia destinato inesorabilmente a crescere come la “legge di Hotelling” indica. Ricordando che tale legge vale sotto certe condizioni (perfetta conoscenza delle riserve, tecnologia stabile, domanda futura nota”¦) lontane dalla realtà , la risposta è complicata anzitutto da quanto sopra richiamato: individuare un trend in presenza di oscillazioni forti e irregolari non è facile. Bisogna poi ricordare che comunque il petrolio ha dei sostituti che pongono un limite superiore al suo prezzo.

Ma lo scontro finale sulla tendenza del prezzo del petrolio è tra due scuole di pensiero, che possiamo chiamare dei pessimisti e degli ottimisti, le quali divergono soprattutto sulle risorse di petrolio esistenti e recuperabili.

I pessimisti si ispirano alla teoria del “peak oil” enunciata mezzo secolo fa dal geologo Marion King Hubbert che sostiene che, arrivati a produrre metà del petrolio estraibile, l’offerta raggiunge un picco e comincia inevitabilmente a declinare. Diminuendo la produzione fisica, il prezzo non può che cominciare inesorabilmente a salire. I pessimisti inoltre sostengono che questo momento è ormai vicino.

Per gli ottimisti invece nessuno sa bene quante siano le riserve di petrolio e la tecnologia può rendere recuperabili risorse che prima non lo erano. Il problema è dunque quello di fare investimenti adeguati in esplorazione e sviluppo in modo che la crescita dell’offerta sia in linea con quella della domanda e non si creino tensioni sui prezzi. Anche gli ottimisti ammettono che un bel giorno arriverà il “peak oil”, ma lo ritengono così lontano da non doversene preoccupare oggi.

In conclusione: per i pessimisti occorre investire per prepararsi a sostituire il petrolio con qualcos’altro (per esempio le fonti rinnovabili), per gli ottimisti bisogna preoccuparsi di rendere possibile il flusso di investimenti necessari nell’industria petrolifera. L’alto prezzo del petrolio di questi ultimi anni per il momento accontenta entrambi perché stimola gli investimenti sia nella ricerca di nuovo petrolio che per la sua sostituzione.

Luigi De Paoli
direttore dello Iefe Bocconi,
Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente
foto: Credits, Roberto Sorrentino