Un maschio (nel 73% dei casi) di 52,5 anni d’età e 21 anni di servizio (la media), un titolo di studio elevato (87% laurea, 4% post-laurea), assunto a tempo indeterminato (82,5%) e con uno stipendio di 81.976 euro lordi l’anno, in linea con quanto guadagnano i pari grado nel settore privato. È, questo, il ritratto del dirigente pubblico italiano contenuto in Da burocrati a manager: una riforma a metà . Primo rapporto sulla dirigenza pubblica italiana, il primo white paper dell’Osservatorio sul cambiamento delle amministrazioni pubbliche (Ocap) della Sda Bocconi, a cura di Daniela Cristofoli, Alex Turrini e Giovanni Valotti, pubblicato da Egea (2007, 176 pagine, 18 euro).
I dirigenti di ministeri, regioni, province e comuni sono poco meno di 15.000, ovvero il 3% dei dipendenti degli enti territoriali e costano, in termini di stipendi, 1,19 miliardi di euro complessivi l’anno.
Se, dunque, i dirigenti pubblici non sono pagati poco, rimangono però pagati male, perché la retribuzione non si è ancora trasformata in strumento di incentivazione e motivazione: in media solo l’8% dello stipendio dipende dai risultati raggiunti.
Le retribuzioni sono, inoltre, diverse a seconda del tipo di ente in cui i dirigenti lavorano. I ministeri (87.249 euro) sono i più generosi, seguiti da regioni (86.199), province (80.592) e comuni (73.866). I ministeri sono anche quelli in cui la quota minore della retribuzione è variabile (5%), mentre sale nei comuni (7,4%) e nelle province (8,5%) e raddoppia nelle regioni (9,7%)
Nel privato solo i dirigenti del settore finanziario guadagnano decisamente più, mentre gli stipendi pubblici risultano competitivi con quelli di tutti gli altri, come si può osservare nella tabella.
Gli autori del rapporto sono piuttosto critici con l’etichetta di nullafacenti che, negli ultimi mesi, sembra essersi appiccicata ai dirigenti pubblici, anche se riconoscono che le riforme avviate all’inizio degli anni ’90 non procedono ovunque alla stessa velocità . Se la transizione da burocrati a manager non è, insomma, compiuta, un buon tratto di strada è stato comunque percorso. Il profilo verso il quale ci si muove è quello di un manager capace di conciliare aspetti di razionalizzazione dell’esistente con una tensione allo sviluppo, la gestione delle risorse interne con l’attivazione e la gestione di network interorganizzativi, il potenziamento dell’autonomia decisionale con l’attitudine alla delega e allo sviluppo professionale dei collaboratori, lo sviluppo di responsabilità organizzative con la valorizzazione dei momenti di confronto e interazione con gli amministratori.
Per arrivarci le priorità , secondo Giovanni Valotti, sono tre: “Aumentare l’attrattività del settore pubblico per le risorse più qualificate che si affacciano al mondo del lavoro e per chi già ricopre posizioni di significativa responsabilità ; premiare i dirigenti di qualità ; svoltare con decisione verso una vera responsabilità di risultato”.
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