Negli anni ’10 del secolo scorso l’Argentina era la decima potenza economica mondiale, il suo pil equivaleva a quello di tutto il resto dell’America Latina e Buenos Aires attirava decine di migliaia di immigrati dall’Europa. Il reddito pro capite, d’altra parte, superava quello della Francia ed era il doppio di quello italiano. Nel 2002, l’anno dopo la più clamorosa dichiarazione di insolvenza della storia da parte di uno stato sovrano, il 57% della popolazione versava in povertà e la disoccupazione si attestava al 21%.
Vito Tanzi, che tra il 1969 e il 2000, nell’ambito dei suoi incarichi presso il Fondo monetario internazionale, è stato un osservatore privilegiato della realtà argentina, individua nel protratto squilibrio fiscale la ragione principale del declino in Questione di tasse. La lezione dall’Argentina (Università Bocconi editore, 2007, 257 pagine, 14 euro), un testo a metà strada tra le memorie di un insider e l’analisi economica.
I paesi che non sanno mettere un freno strutturale alla spesa pubblica, è la lezione principale del libro, sono destinati a dibattersi tra gli alti e bassi di un ciclo che impone il superamento dei momenti di crisi attraverso provvedimenti (tassazione o contenimento della spesa pubblica che sia) non sostenibili nel lungo periodo. Quando la tensione si allenta e i provvedimenti vengono ritirati o aggirati, i nodi tornano al pettine, più inestricabili che mai.
All’indomani dell’istituzione peronista dello stato sociale argentino, questo ciclo si è ripetuto più volte. Tanzi dichiara la sua stima per molti dei protagonisti della vita economica argentina dell’ultimo mezzo secolo, ma mostra come le loro buone intenzioni siano sempre state vanificate da una paurosa inerzia della spesa pubblica e dall’incapacità di raccogliere un gettito fiscale ragionevole. Ogni volta che il gettito aumentava e il governo riusciva ad accumulare un tesoretto, questo non si traduceva in una riduzione del debito, ma in aumenti di spesa.
Cattive abitudini di questo genere si sono tradotte, fino agli anni ’90, in tassi d’inflazione stratosferici (arrivati anche al 5.000%), perché il debito è stato quasi sempre finanziato stampando moneta. Quando le leggi che governavano la parità con il dollaro hanno impedito questa scappatoia (si poteva stampare moneta solo in presenza di reali riserve di dollari), l’inflazione è stata controllata, ma i deficit hanno cominciato a essere finanziati con massicci prestiti dall’estero, a tassi che riflettevano la crescente instabilità del paese e le paure conseguenti alle crisi finanziarie messicana, asiatica e russa. Quando, ancora nel 2001, il ministro dell’economia Domingo Cavallo fece un ultimo, disperato tentativo di raccogliere altri prestiti, il rischio paese veniva valutato in 2.000 punti base.
Gran parte del processo di rinnovo del debito è stato supervisionato dal Fondo monetario internazionale, l’istituzione per cui Tanzi ha lavorato 27 anni, ma che oggi critica apertamente per non avere mai dato ai mercati chiari segnali di quale fosse la reale condizione dell’Argentina.
Il default dell’Argentina ha coinvolto solo i creditori privati, non quelli istituzionali come l’Fmi, al quale l’Argentina ha dovuto restituire fino all’ultimo centesimo. In compenso, mezzo milione di investitori italiani hanno visto decurtare del 70% il valore dei loro 15 miliardi di euro bond sottoscritti.
Dopo il 2002 la crescita dell’Argentina è stata spettacolare e gli indicatori macroeconomici sono ottimi. Ma il problema non è macroeconomico, bensì fiscale, e da questo punto di vista, sostiene Tanzi commentando le decisioni economiche e politiche degli ultimi tempi, altre nubi si stanno addensando sul cielo di Buenos Aires.
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