MANOSCRITTO MAI RITROVATO

Tragicomica avventura picaresca, folle parodia della vita moderna, una scrittura carica di feroce ironia e fantasia visionaria

RACCONTO: UOMINI E FIUMI GRANDI SEGUONO STRADE CONTORTE CONTORTE MA PORTANO AL LORO SCOPO QUESTO E’ IL LORO CORAGGIO MIGLIORE ESSI NON TEMONO LE VIE CONTORTE
Friedrich Nietzsche * AUTOFAGI *

Inizia tutto questa sera, adesso mentre torno a casa, in automobile, succede, ciò è innegabile, succede quello che deve succedere, quello che è destino improvvisamente succeda, sto percorrendo una sopraelevata, inizia a piovere leggermente, sul sedile posteriore il cane sdraiato, è un attimo, un insignificante momento rubato al tempo convenzionale, ma basta, metto in moto allora il tergicristallo anteriore, poi quello posteriore, succede ”¦. , cosa succeda non è facile dire, ma succede lo stesso, come se l’impossibilità di spiegare cosa sta succedendo non possa inibire quello che comunque deve succedere, mi volto distrattamente per vedere se il cane si sia alzato, e compare la visione, l’incantesimo, la magia perfida delle cose, non sto cercando il mistero, la quabbala, le formule rituali, nei luoghi e nelle cose del passato, il mistero ora mi imbatte nelle cose più comuni, come allora, ma non più come allora nelle cose insospettabili, adesso lo scopro, o forse sono proprie le cose che mi stanno cercando, sono lì che torno a casa in automobile, cosa può succedere?, un incidente mortale, finire la benzina, bucare una ruota, un’aggressione nella notte, nulla di tutto questo, un incantesimo di altra misura è pronto per me, in agguato nella banalità delle cose, nascosto nel quotidiano, mimetizzato nel futile, e c’è, senz’altro ben presente, è lì, certamente qualcosa c’è, e io ignaro di tutto continuo ad andare, stolidamente annullo lo spazio e il tempo fra me e ilo mistero, la visione, l’incanto malvagio, il fascino, sto guardando la strada, com’è normale quando si guida l’automobile, ma c’è qualcosa che tanto normale non è, ed è lì, ah se sapeste, cari miei ”¦ le cose ”¦

Ripeto, è solamente un attimo, un istante fuori dal tempo, uno spicchio di inesistente che si fa presente solo per me, in quel istante, in quell’attimo, per me e per tutti, mi volto di scatto per vedere se il cane si sia alzato, gesto banale, futile, cosa importa in fondo se il cane si sia alzato, si sia seduto o altro, nulla!, non è di nessunissima importanza, anzi, è un gesto inutile, addirittura nocivo, ma io lo faccio, guardare se il cane si sia alzato, come se i cani non si dovessero mai alzare, come se la loro vita si svolgesse costantemente da sdraiati, e io lo stesso mi volto a vedere se il cane si sia alzato, la strada sì che è importante, e ci sono le altre macchine che corrono, e i pedoni che non rispettano le strisce, ma no, io guardo se il cane si sia alzato.
Cari miei, ormai l’allineamento dei pianeti non è altro che un fenomeno astronomico, le vergini nate in una notte di plenilunio di fine millennio sono solo una casualità in fondo ineluttabile, i gechi che ti capitano chi sa come sulla fronte mentre dormi supino e ti lasciano l’impronta di fuoco sulla corpo sono solamente bestiolucce da biologi, i numeri e le loro magie sono solo elementi da matematici, la figura nello specchio che si materializza viva e se ne va per la sua strada non è altro che un’illusione da psicanalizzare, cari miei adesso il mistero, il sovrannaturale come lo chiamano, è proprio lì sotto gli occhi assonnati, sotto gli occhi da non risvegliato, sotto gli occhi del cane.
Anche girarsi a vedere se il cane si sia alzato, miei cari, senza che voi lo sappiate potrebbe essere un rito, una combinazione arcana, un’ipotesi dove combaciano i punti di un piano non visibile, e io lo faccio, lì in macchina, sì, di sera, e mentre torno a casa, con i tergicristalli accesi, quello davanti che va e quello dietro che torna, è solo un attimo, è proprio un attimo appena, un istante necessario, un momento al di fuori del Nulla, nelle cose ”¦. mi volto a vedere se il cane si sia alzato, così come se non facessi niente, come se girare la testa e allungare il collo all’indietro non sia nulla, non racchiuda in sè niente di complesso e magico, invece è qualcosa, ah come sono ignorante, non conosco i misteri del movimento e dell’energia e il loro sentire, e mi faccio sottomettere come una verginella inesperta, come un bimbo ingenuo, come un assassino improvvisato, se riuscissi a resistere, se dicessi no!, no!, non mi girerò mai a vedere se il cane si sia alzato, continuerò a guardare la strada imperterrito, guarderò anche i passanti che non rispettano le strisce, le altre macchine che corrono, perfino i semafori - anzi quelli no, cari miei, ogni semaforo, se voi sapeste, nasconde un segno in un corpo da boia, se sapeste cari miei non attraversereste mai più un passaggio pedonale, se conosceste in quale pericolo voi vi immettiate, così sicuri, così protetti da sei lucine che lampeggiano automaticamente, così ignobilmente ignari del gesto che state compiendo, così ”¦. umani, io stesso ho visto un semaforo inghiottire una bimbetta e poi rimanere lì satollo e inebetito a lampeggiare, e chissà quante altri, ah se sapeste, ma non sapete e forse non saprete mai, poveri i miei cari.

Io invece nulla, mi giro a vedere se il cane si sia alzato, anch’io non sapendo cosa avrei provocato, anch’io ora ignorando cosa si possa nascondere proprio lì vicino a me, nella macchina, mentre torno a casa, con il cane sdraiato sul sedile posteriore, con i tergicristalli accesi, piove infatti, e quello davanti che va e quello dietro che torna, e il cane sempre sdraiato che come un idiota mai vorrebbe alzarsi, ed io mi giro a vedere se sia alzato, d’altronde proprio come un idiota, le cose sono lì per essere pensate nel modo giusto, ed io sono proprio lì a pensarle nel modo sbagliato, affrettatamente, con sufficienza, “tanto sono cose”, sbadatamente, senza sapere che se solo volessero potrebbero strangolarmi come un micino appena nato, sì, proprio mentre guido verso casa, col cane dietro, con i tergicristalli che si agitano alternativamente, che sottolineano che una cosa va e una viene, che le cose comunque sono, il loro potere, quello che noi non abbiamo.

Dietro ogni cartello stradale si nasconde un segno in un corpo da gabelliere del destino, ah se sapeste il panico, paghereste le vostre imposte senza fiatare, cari miei, senza battere ciglio, asciutto o bagnato che sia, se sapeste, ma voi non sapete come io ora non so, tutto è pronto tuttavia, ogni cosa al suo posto sincronicamente affiatata con ogni altra al mondo come in una catena circolare non è un episodio inscritto in questo spazio racchiuso, la macchina, la sopraelevata, i tergicristalli, il cane, come se si tenessero per mano le cose intere sono disposte, nella totalità universale sono pronte ed anzi ben disposte, d’accordo, unanimi, associate nello stesso fine, se voi sapeste, cari miei, voi che credete che quando una cosa qualunque capiti, capiti lì e basta, se sapeste invece che quando una cosa, anche la minima, la più modesta, la più futile capita, capita perché tutte le cose del mondo sono sistemate in modo che capiti, ah se sapeste ”¦. e se anch’io sapessi, vivrei nel terrore ”¦. o nella satura armonia delle cose, e io sono lì che mi volto per vedere se il cane si sia alzato ”¦. con la coda dell’occhio sinistro vedo il tergicristallo davanti andare, con la coda dell’occhio destro vedo il tergicristallo dietro tornare, e con la coda di tutti e due gli occhi nello specchietto retrovisore, cari miei, sapete cosa vuole il destino farmi vedere, sì, proprio quello che immaginate, certo quello che ogni persona di buon senso avrebbe previsto ed evitato, vedo contemporaneamente con la coda dell’occhio sinistro il tergicristallo davanti andare, con la coda dell’occhio destro il tergicristallo dietro tornare, e con la coda di tutti e due gli occhi nello specchietto ”¦. certo, proprio lei, la coda del cane, a cui per altro non gli è mai passato per la mente di alzarsi.
L’incantesimo è quasi compiuto con un cinismo non umano, delle cose ma non casuale nè necessario, l’abbagliante concentrazione dei fatti, delle lettere e della riflessione e la sua quabbala spicciola, della sua magia improvvisata, mi ha colpito, tutte le code sono allineate ora, ma manca ancora qualcosa, l’incantesimo è incompleto, manca l’ultimo ed essenziale elemento, mi volto allora a guardare la strada ed ecco corrermi incontro con le fauci spalancate, come con gli artigli affilatissimi, in groviglio di cose e oggetti, in un ordinato marasma caotico, potrei ancora salvarmi se sapessi cari miei, non mi girerei più, continuerei la mia corsa con il viso rivoltato in dietro a vedere se il cane si sia alzato, accada quello che accada, invece le cose hanno previsto tutto, calcolato tutto, tutto è stato predisposto, tutto aggiustato in modo da intrappolarmi, mi volto istintivamente verso la strada e lo vedo l’ultimo e elemento corrermi incontro ad uccidermi, a trascinarmi via dall’abituale, dal fetale, dal tranquillo, dall’effimero, sì, è proprio quello che certo immaginate, la coda omicida delle macchine ferme al semaforo rosso e assassino.
Tutto è ora compiuto, tutto ha trovato il proprio posto a me fatale, dalle cose mi è stato impartito ormai l’ordine, ormai sono diventato il servo delle cose e dell’ordine loro, dell’ordine che sanno disegnare, le code sono tutte allineate, hanno lanciato il loro messaggio chiaro e inderogabile: “inghiottiti dalla coda”!

Se ora sono qui a raccontarvi questa storia, lo devo solo alla menzogna della scienza, all’ipocrisia di quegli aggeggi elettronici che conservano voci e pensieri, a quelle puttane tecnologiche, fregnacce, quando avrete finito di leggere questa storia, il medesimo istante io avrò finito, io sarò entrato definitivamente nel vuoto increato, nell’implosione creata per me dalle cose, quindi, se vi riesce, proseguite nella storia lentamente, non fatevi inghiottire pure voi dal vortice delle cose, anch’io vi amo, cari i miei cari.
Coda al supermercato, coda dal tabaccaio, coda all’Università , coda nel traffico, coda alla vaccinara, code codine codazzi, attenti miei cari, un giorno l’ordine delle cose chiamerà anche voi, attenti alle code, le code o si amano o si odiano, guai all’indifferente, quell’impunito verrebbe scacciato nei più sperduti anfratti dei pelidi achillei di una coda di un cane pulcioso, io vi avverto cari miei, attenti, anch’io vi voglio bene, ma l’incrocio fratturale delle code è fatale, un’arcana menzogna da Trivio, di più da Quadrivio, e potente e necessaria, se volete salvarvi concentratevi su di una coda sola, due tutt’al più, mai tre, sarebbe tragico, la tragedia della coda, la presenza delle cose, un capro, servo delle cose, griderà il suo primigenio urlo, il vostro ultimo istante di salvezza, scodinzolerà il suo membro satirico, sorriderà ironico, poi chissà , nessuno è mai tornato dal luogo delle cose per raccontarcelo, ma come sapete cari miei, la cosa oltre ad essere incosciente, è perfino immorale, anzi amorale, la cosa può fare di voi ciò che vuole, la cosa possiede un Dio che E’, e dove c’è un Dio che E’ tutto è permesso, il suo ministro è la coda, qualsiasi coda, certo cari miei, avete ragione, sempre che ci siano teologi ben prezzolati, ma quello per le cose non è un problema gravoso, non lo è stato neppure per noi, figuriamoci!

Foto di repertorio
Foto di repertorio


La coda è alleata col semaforo, sebbene sia un compromesso squisitamente pragmatico, fra loro vi è un fossato di casta, tuttavia collaborano, coda, semaforo e cartello stradale, uniti in un solo calderone alchemico formano la triade evocativa, sono i messi dell’ordine delle cose, i sovvertitori di ordini umani, i tergicristalli sono l’epifania delle due forze primordiali, creativo e recettivo, loro danzano, sono l’energia autocreantesi, coloro che vegliano dormendo, cari miei non datemi del saccente, anch’io lo sto imparando in questo istante, un secondo fa ne ero ignaro come tutti voi miei cari, ma il destino vuole fare di me cavia e primo esperto del tragico allineamento delle code in coda al semaforo assassino e della sua conseguenza delle cose e viceversa, probabilmente anche il cane è complice ignaro o cosciente delle cose, quanto meno la sua coda, io però non gliene voglio, amo anche lui, come voi miei cari.

Forse avrei potuto prevenire tutto questo, probabilmente quel giorno, sì, quel giorno, sì, quel giorno quando vidi i due semafori strizzarsi la lucetta a vicenda e poi al verde dare addosso a quella povera bimbetta e inghiottirla, quel giorno le cose mi misero alla prova, osservavano le mie reazioni, forse la bambina è stata rigettata poco dopo, graziata dalla grazia delle cose, e le cose probabilmente non apprezzarono il mio “che buon pro vi faccia” che gli sibilai passando col mio di verde, e io che speravo di aver fatto gesto grato, se non altro cortese, almeno fausto, mi sbagliavo, non sono mai stato molto brillante in quanto a buone maniere, sono rozzo infatti, sono grezzo in verità , e volgare molto spesso, pago adesso il fio della mia sbadataggine, il mio non “savoir faire”, pure mia madre lo aveva predetto che avrei fatto una brutta fine, certo, non si immaginò mai che sarei caduto nel tremendo ordine delle cose, che mi sarei inghiottito dalla coda, ma che importanza può avere, piuttosto chissà cosa diranno i vicini quando verranno a saperlo, e soprattutto quando verranno a sapere che sono provvisto di una coda da dove iniziare ad inghiottirmi, chissà come le cose l’avevano a sua tempo scoperto, leggere Marquez infatti non mi ha aiutato, al momento giusto non seppi tirare l’accettata a quella coda da lattonzolo che mi ritrovo, non che fossi pavido, solo un po’ timido, e si sa i timidi si sentono sempre superiori, cari miei se siete dotati anche voi di code codine codazzi, estirpatele al più presto, le cose sembrano predilire umani codati che fanno code dietro ad un codazzo di gente, per non parlare di chi porta i capelli con codini o code di cavallo, e perfino la Storia insegna che non molti secoli fa, fecero strage di ufficiali di qualsiasi arma e nazionalità , soprattutto di austroungarici, in verità pure della truppa che procedeva accodata.

Certo vi chiederete perché mai le cose debbano lasciare in pace tutti quegli animali dotati di coda, prensile, atrofizzata, o finta che sia, la risposta è semplice, difficilmente gli animali pur essendo più familiari di noi alla code, ne fanno al supermarket, improbabile che le facciano dal tabaccaio, estremamente raro all’Università , impossibile che si nutrano di coda alla vaccinara, questo è quanto mi è dato stabilire, questo è quanto, miei cari, vi deve bastare, ed anzi mettiamo in chiaro subito una cosa, non crediate che tutte queste cose che ora so sulle cose e sulle code le sappia anche solo da un istante, per niente, le sto imparando adesso, mentre ancora guido verso casa, con il tergicristallo davanti che ancora va, e quello dietro che ancora torna, e quell’idiota del cane che non si è ancora deciso ad alzarsi, e quegli idioti davanti a me in macchina che ancora non si stancano di fare code, le sto imparando con voi, solo che voi miei cari, non ne subite ancora la fatale influenza.
Le cose stanno facendo di me il primissimo ed anche unico vero codo-lògo dell’universo, e questa Sapienza mi affascina, mi rende ebbro e superiore, l’ho già detto sono timido, e più corro verso casa e più ne so, e più vorrei saperne, e più ne vorrei sapere e più mi addentro nell’ordine dettato inequivocabilmente dalle cose, nel loro mondo di sussurri e grida ”¦. “inghiottiti dalla coda” ”¦. sono proprio loro, le cose, che imponendomi l’ordine fanno di me un Sapiente della coda.

Vi è ancora una questione da risolvere, perché le cose hanno scelto le code per manifestarsi, per imporsi, rivelarsi, assurgere al potere, e perché proprio me per raccontarvene?, non è molto difficoltoso, ascoltatemi bene cari i miei cari, non vi è cosa nell’universo che sia staccata da un’altra cosa attigua, addirittura combaciante, lì c’è una cosa, e di fianco?, è ovvio, c’è un’altra cosa, certo cari miei potrebbe esserci il niente, il vuoto, il chè non è vero, ma anche ammettendolo, cosa sarebbe il vuoto?, una cosa appunto, provate ad immaginare, lì un granellino di sabbia, poi una scheggia invisibile di roccia, un po’ d’aria, poi un altro granellino, e così fino ai confini dell’universo, lì un po’ di niente, là un po’ di vuoto, qui un po’ di nemmeno, qua un po’ di nient’altro, ed ecco che le cose stanno tutte ordinatamente o disordinatamente in un’infinita coda, per le cose, perfino l’uomo è una cosa, e rimane l’ultimo problema, perché proprio io per raccontarvene ”¦ ah ”¦ sono colto in fallo, le cose mi sussurrano che non è vero che io sono il primissimo ed unico codo-lògo dell’universo, mi dicono che già un’altra volta un loro profeta, certo molto più consenziente di me (con lui le cose non dovettero ricorrere all’espediente dell’allineamento della coda del cane vista con le code degli occhi in coda la semaforo assassino) comparve su questa terra, un tale che parlava greco, che diceva “????? ????”, che discorreva di Essere, che diceva cose banali e futili, che una cosa è, E’, che non è, NON E’, poi finì male, a forza di parricidi si credette a uno che diceva che nulla è e tutto diviene ”¦ la sconfitta delle cose, e presto fu dimenticato.
Ma il problema rimane, perché proprio io per raccontarvene, non so bene, probabilmente, a forza di code, senza accorgermene mi ero messo in coda per esserlo, e con questo cari miei, questo problema è chiuso, le cose non sopportano apprensioni troppo lunghe, si potrebbero formare interminabili code intellettive!, miei cari.

Tutto prosegue il corso ormai impresso dalle cose, il cammino è stato determinato, fatalmente, l’automobile corre lungo il sentiero insegnatole dalle cose come una fedele alleata, neppure i semafori si oppongono lasciandomi passare con qualsiasi colore, i cartelli stradali (che, cari miei, si sa, sono di basso rango) addirittura si inchinano, le altre macchine oppongono resistenza ai propri padroni per non intralciarmi, sono un servo delle cose, ma privilegiato, non bisogna perdere tempo difatti in code codine e codazzi, l’ordine va eseguito alla lettera, al ritmo ordinato dalla totalità delle cose, una voce rimbomba seguendo l’andirivieni dei tergicristalli ripetendo l’imperativo categorico ”¦. “inghiottiti dalla coda ”¦. inghiottiti dalla coda ”¦.. inghiottiti dalla coda ”¦.. “ scandita come da campane troppo zelanti, da stantuffi non soffocati, da stridoilii impietosi, soffusi tramestii, l’ordine vaga vicino a me con insistenza permeante, con soffocante capacità , con convinzione immutabile, con tenacia, la tenacia dettata dalle cose, non spaventatevi cari miei, perfino con Sapienza.

Le cose non sopportano che gli si chieda cosa vogliono, cari miei, sarebbe un gesto peggiore di quello che feci io augurando buon appetito ai semafori assassini, non sapete cari miei che il “bon ton” della Sotis l’ha abilito?, così per le cose, chiedere cosa vogliano sarebbe come chiedere alla fame se è affamata, alla sete se è assetata, all’acqua se è umida, alla morte se è immortale, all’essenza se esiste, certe cose, cari miei, bisogna intuirle, le cose è ovvio, vogliono qualcosa, e vi avverto pure di non trarre conclusioni affrettate, e soprattutto vi intimo di non esporle ad alta voce, anche le cose hanno orecchie, attenti a voi, cari miei, le cose non sopportano nemmeno il nome del loro unico, ma pericolosissimo nemico, il Nulla, io posso dire “Nulla” solo per il fatto che se nessuno dicesse niente, il Nulla avrebbe vinto se non la guerra, almeno una battaglia, e saremmo da capo, le cose se la prenderebbero a male ”¦. ripeto, attenti ai semafori, a quei macellai in veste numinosamente luminescente, cari miei anche le cose hanno occhi, e vi spiano per giunta, amorini miei cari non siate scellerati.

Sto tornando verso casa, piove, sul sedile posteriore il cane sdraiato, i tergicristalli vanno e vengono, rivanno e rivengono, l’automobile sembra sapere dove condursi, dove condurmi, le cose la guidano silenziosamente, a me parlano il loro linguaggio inanimato, tutto tace travolto dall’avvenimento, le strade mugolano serpeggiando seni flessuosi, gli uomini scompaiono come inghiottiti da domande banali, da enigmi inestinguibilmente inesistenti, i colori si smorzano allontanandosi da realtà sfumate rivitalizzandosi, le cose appaiono e scompaiono rallentando il tempo e curvando lo spazio come intimidite da loro stesse, i semafori digeriscono bambini smarriti e cuccioli inesperti, ma tutto prosegue un corso abbagliante di progettati sentimenti, qualcosa muta nello scherzo, forse cari miei, anche le cose hanno un’anima non loro, un amore rubato senza diritti da altrettanti assassini o da strozzini inconsapevoli, anche loro vogliono vivere per poi trasformarsi in altrettante cose, nell’abisso spirituale e nel tripudio della materia vogliono navigare affondando, ma non è più la strada verso casa che percorro, ora le cose mi rapiscono, mi allontanano dalle code, con la coda mi hanno accalappiato, dalla coda mi allontanano ora per portarmi via con loro, per portarmi a conoscere i luoghi e le cose, per ferirmi e curarmi con loro stesse.
I tergicristalli vanno e vengono, uno davanti e uno dietro, piove ancora, e quello che è uno scherzo muta seriosamente, cari miei, l’allegro gioco per passare il tempo tornando verso casa si fa cupo e lancinante, è doloroso, anche il cane sembra accorgersene, si nè alzato infatti, anche se io ormai non mi preoccupo più di accertarmi se si sia risdraiato, le parole si decompongono putrefacendosi in insolubili non sensi, cercando di scomporsi per ritrovarsi magari un po’ più in là o di sillabarsi per sentirsi un po’ meglio, sono disperate, perdono se stesse, abbandonano il significato, si disperdono in una macchia bianca enorme, che cresce continuamente, che si estende come morbido ammorbante profumo, e io le inseguo nel bianco che soffocante soffusamente si tinge sempre più in se stesso, la strada è sparita, così i semafori e i cartelli stradali, pretesti assurdi come il loro nome e la loro ipotesi raramente rispettata, e pure le code, le codine o i codazzi, detenuti fallaci di moderne constatazioni si annullano da loro stessi lasciando qualcosa che non gli rassomiglia, anzi non rassomiglia a niente, precipito nello scherzo che io stesso creo, nella falsificazione mercenaria che tento, come uno stupido o come il più savio dei Folli, non riesco a fermarmi nè a bloccare quello che io stesso ho principiato per noia, nel gioco infantile che riscopro dopo anni per far passare il tempo della coda al semaforo che chiamo assassino, nel piacere della libertà senza scopo, nell’azione senza contesto, nel pretesto senza testo, nelle cose senza oggetti, nella presenza disinteressata, e sono finalmente sdoppiato, i miei occhi vedono cose che guardano oggetti, le miei orecchie sentono suoni che ascoltano suoni, il mio corpo avverte materia che crea materia, il resto non conta più, nemmeno lo scherzo che continuo ad alimentare perché non è più uno scherzo, ma non è nemmeno serio, sono le cose, le cose ”¦. le cose e basta, cari miei.

Un istante fa non credevo neppure io alla farsa che tento, alla rappresentazione ipocrita delle menzogne delle cose, cari miei, e alla lo violenza, ai loro soprusi inanimati, al mio racconto falsato dalla presenza di quello che è un gioco che faccio a me stesso e a voi cari miei, ma le cose mi hanno preso ormai la mano e cantano le più belle le più belle canzoni, le seguo ora spontaneo, mi gettano fiori e la più fresca rugiada, mi consigliano di abbandonare le parole, anche i pensieri, pure le immagini, di dimenticarmi di quello che ho detto di quello che faccio, perfino dell’ordine che mi danno, mi portano loro al compimento senza pena e senza piacere, mi trasportano loro con le cose alle cose nelle cose, disegnando le più ingenue figure e le più acute conoscenze, allora sconfiggo l’ultimo avanzo di me stesso e mi lascio andare, sì, sempre mentre guido col tergicristallo avanti che va, e quello dietro che viene, col cane in piedi o sdraiato che sia, sul sedile posteriore, sì, sono sempre lì, ma non più ancorato lì, nelle code, nei codini, nei codazzi dei semafori assassini, o di qualsiasi altra coda, fuori di esse, lontano lontananze inimmaginabili, sono con loro, con le cose, dentro loro, attraverso loro, sono loro, capisco la poesia di una fornace di acciai, i rulli che rotolano sotto il peso di blocchi di cemento, lo scalpello che vive battendo se stesso contro qualcos’altro, la ruota che gira con se stessa avvinghiata a se stessa e che lì permane sempre, i tavoli che rimangono, le sedie che scricchiolano, i marciapiedi calpestati, cari miei non inorridite, vivo ora le cose nel genio che sanno creare, mi insegnano ad essere, a loro basta, non si lamentano, non cercano altro, mi lanciano nel fuoco di un camino, nell’acqua di un rubinetto cari miei, e a me piace, mi fa sentire, sentire e basta, sentire dove non si può più sentire nulla, sentire fondermi con loro entrare in loro ed essere loro, sì, le cose, inanimati oggetti, futili presenze da usare, da modellare, da mangiare, da rompere e aggiustare, da avvicinare e allontanare, che però sono ”¦ sono”¦.

Foto di repertorio
Foto di repertorio


Cari i miei cari se sapeste che non è affatto noioso essere una cosa, stare lì e basta, senza pensieri, senza azioni, se sapeste saporare solamente l’Essere, l’essere qualcosa, vi cerchereste anche voi un’automobile, un cane sdraiato sul sedile posteriore, dei tergicristalli che vanno e vengono, e rivanno e rivengono, una coda al semaforo, un po’ di pioggia, magari di sera, perché tutto è più facile di sera, e iniziereste per gioco a giocare con voi e le cose, sì, a poco a poco, fino a perdervi, dimenticarvi, inventereste anche voi la vostra avventura misterica, e vi fareste rapire da un incantesimo pretestuoso, cari miei, e godreste come non avete mai goduto neppure con le vostre pratiche onanistiche, iniziereste con un po’ di fantasia senza logica, pure sbadata e grossolana e non tardereste a trovarne quante ne volete, di logiche, di geometrie, di matematiche, di congiunzioni, di differenze, di insopportabili associazioni, lietissimi simbolismi, e sareste contenti cari miei di raccontarle, le vostre fantasie, senza paure, cari miei, senza quel costante disagio che sentite quando parlate con gli altri vostri cari, vi lascereste liquefare intorno a qualsiasi suono, anche il più fastidioso, senza pretendere note raffinate, vi lascereste crescere insieme ad un giovane alberello, e morireste con la morte, e vivreste con la vita, e sapreste gustare ogni cosa come la migliore, seguiresti voli inesistenti, e forse rispettereste voi stessi una volta tanto, forse perfino gli altri, forse riuscireste ad amare amanti sconosciuti e fini, finalmente capireste al di là di ogni morale, vi basterebbe poco, solo accozzare qualche scusa, pochi pretesti, un cane, dei tergicristalli, una coda, la mamma, tanto per poter iniziare, per sentire che l’inibizione scivola per terra solleticandovi come una vestaglia fuori moda che vi cade alle spalle, ma poi potreste andare, partire, volare restando fermi in coda, i clacson si fermerebbero tutti, i motori scomparirebbero, la strada la smetterebbe di essere un pericolo mortale, gli uomini una crudeltà immortale, e vi sentireste forse animale e non più bestie, quali senza accorgervi siete cari miei, forse riuscireste a piangere di nuovo, forse a ridere, forse ”¦ forse ”¦ forse se sapeste, ma non sapete ”¦. poveri i miei cari ”¦ il Nulla ”¦ il nulla ne parlate, ne parlate, ma non sapete nemmeno cosa sia, perché non conoscete ancora le cose, perché non conoscete ancora l’Essere ”¦ semplicemente essere ”¦ cari miei.

Poi un salto e le cose mi portano lì, sì, dove Borges aveva creduto, nel tempio delle cose dette, da dire, che si diranno, non dette, immaginate, immaginabili, inimmaginabili, nelle più tremende sofferenze, nelle più sublimi ascese, nelle più soavi poesie, nelle più stolide rozzezze, per potermi unire a loro, conoscerle e amarle, inghiottirle e defecarle fuori come fossero niente, per riconoscere con loro la presenza dell’ineffabile, la potenza del sottile e le sue ragnatele benigne, la pesantezza magnifica di ogni gesto, di ogni cosa, l’individualità , l’univocità del ciascuno, sfiorare la bellezza e riderne di gusto, come si riderebbe di un nemico o amico, e poi cercarla e ripudiarla, odiarla e cercarla ancora, distruggerla con la mente e ricrearla con le mani, magari accarezzando un sedere nella notte, deflorarla con i sensi rispenttandone la verginità , e poi la dolcezza di deserti arroventati contro angoli spigolosi, la crudeltà insospettata del mare quando bacia uno scoglio, e i sorrisi gentili bagnati di sangue mestruale, i morsi laceranti di vedove antiche, i veleni preparati per adorare l’amore, l’amore dell’amore, l’amante dell’amore, l’odio dell’amore, e poi incontrare l’odio per finalmente amare, il sangue finalmente per costruire scienza, l’abisso prima della vetta, il fondo prima della superficie, la materia per principiare lo spirito, la coscienza di ogni cosa per potere infine dimenticare tutto, appassionare una passione per vedere se fa poi così male, dimenticare il piacere provandone piacere, scarnificare il corpo per poter specchiarsi in un mucchio di ossa, trafiggere le cose per ritrovare le cose, scivolare immobile, accarezzare insensibile, toccare seriamente, abbandonare melanconico, rattristarmi felice, distruggere ogni limite confinando certezze, ricreare verità per smentirle in futuro, adorare schifezze immonde per purificare le vostre parole desolate miei cari, immergere totalmente assurgere, informare di forme amorfe per poi riplasmare la durezza di un diamante, ammorbidire, lisciare, piallare levigare per poi rendere duro, ruvido, tagliente, graffiante, in un mare di sangue, nella sconcezza di santità estinte, sì, sempre con le cose che mi guidano, che mi tengono per mano per portarmi lontano dalle code, dai codini, dai codazzi di questo mondo accodato, sempre nell’automobile, sì, di sera, col cane sdraiato sul sedile posteriore che senza sforzo sapeva già tutto di queste cose senza essere rapito dalle cose, e il tergicristallo davanti che va, e quello dietro che torna in un eterno svolgersi delle cose, e io ancora reinvento un gioco che ormai non è più tale, per passare pochi secondi di una coda ad un semaforo rosso, ed ormai anche quei pochi secondi sono diventati minuti e ore, e si avvicina il momento di tornare fra gli uomini, non pensare alle cose, non tendergli agguati per farsi rapire come una ragazzetta accondiscendente e pudica, e anche il cane sembra ormai innervosirsi del mio gioco infantile, e anche i clacson hanno ripreso a sbraitare, i motori a ringhiare, la gente a correre come impazzita.

Tutto ricomincia adesso, mentre ancora sto tornando a casa, in automobile, di sera, col cane in piedi sul sedile posteriore, coi tergicristalli che vanno e vengono, rivanno e rivengono, l’incantesimo benigno cessa improvvisamente com’è venuto, le code dei miei occhi non si illudono più con fantasie improvvide, le cose mi abbandonano, e scopro l’orrendo equivoco, quello che mi ha fatto credere che l’ordine di inghiottirmi dalla coda sia dettato dalle cose, e scopro che la coda non è in me, solamente fuori, in ogni luogo, come necessità , come bisogno, e la fantasia è sempre malata, e la gente non ha mai tempo per voi miei cari, non vi scolta cari miei, non importa nulla di voi, cari miei, e così vi rifugiate nella coda al semaforo assassino a rosicchiarvi un unghia invece di inventare il vostro gioco, e state come ebeti a guardare la strada, fate finta di aggiustare delle carte sul cruscotto, certo cari miei, perché avete paura, avete paura di incrociare gli occhi, avete paura di riconoscervi negli occhi di quel coglione che vi guarda da dietro un finestrino chiuso, tremate se uno vi guarda troppo a lungo, tremate se vi rivolgono al parola, sì, certo, perché voi non avete niente da dire, cari miei, niente da dare, niente da inventare, cari miei, e io scopro che l’ordine di inghiottirmi dalla coda è il vostro di scherzo, il vostro gioco, il vostro ordine, il gioco di tutti inventato perché non c’è nulla da inventare, inventato per un giorno finalmente scomparire tutti inghiottiti da voi stessi, per fuggire il disagio, il grande disagio che vi attanaglia, il vuoto, il niente, neppure la sofferenza che avete fuggito inorriditi, e la felicità che non sapete arrischiare, il gran gioco di società che avete imbandito credendo nel piacere sintetico, nelle menzogne acriliche confezionate per non farvi soffrire, nelle emozioni da scongelare nelle occasioni importanti, e siete sempre lì fermi in coda ad un semaforo irrigidito, col cane, senza cane, sdraiato o non sdraiato, piove leggermente e attendete, attendete di arrivare al prossimo semaforo, per poi arrestarvi di nuovo, sbuffando, imprecando, consumando voi stessi come consumate qualsiasi cosa, senza tragedia, senza poesia, pallidi e stanchi, senza alcun gusto, tutto e sciapo, incolore, inodore, insapore, proprio come quello che mangiate davanti a uno che citando teosofi Veda vi dice che siete quello che mangiate e sarete quello che mangerete, deducendone un dogma eresiaco se non blasfemo e voi gli credete, perché non c’è nulla di strano, perché voi stessi meditate di inghiottirvi dalla coda, di ordinare a tutti di inghiottirsi dalla coda e finalmente dimenticare l’idiozia che vi impantana, vi incolla a voi stessi, voi stessi che odiate voi stessi mentre fate finta d’amarvi.

Ma il mio gioco finisce ad un certo punto, il vostro mie cari prosegue sempre, si alimenta della vostra stessa antropofagia e stupidità , non ha bisogno di un incantesimo inventato, non di tergicristalli che vanno e vengono, rivanno e rivengono, non di un cane che si sia alzato o sia rimasto sdraiato, non di occhi che si prestino allo scherzo, non di qualsiasi fantasia, il vostro scherzo cari miei, è più forte di qualsiasi inventiva, il vostro scherzo cari miei, è più forte di voi, più pronto più formale, vi è sfuggito dalle mani e voi lo inseguite senza volerlo mai afferrare, rischiereste di capire, rischiereste di andare fino in fondo una volta nella vita, rischiereste finalmente di compiere un gesto che non era stato stabilito, edulcorato, addolcito per non farvi vivere, rischiereste veramente di inghiottirvi dalla coda, mentre tutto invece deve restare un gioco di un gioco di un gioco, indolore, inodore, insapore, incolore, staccato da ogni possibile realtà , innocuo, per condurvi ad una vecchiaia immotivata, ad una morte inesistente, incosciente, e allora continuate a stare lì, fermi ad un semaforo, facendo finta di niente, cari miei, tutto va bene, è il vostro ordine che si occupa di tutto, e il vostro gioco è finalmente il mio, siete, cari miei, cose, state lì senza sapere di Essere, impotenti come giochi nelle mani di un bambino, passivi e soddisfatti, immemori della noia che credevate essere delle cose, tranquilli, l’incantesimo perfido ha raggiunto voi senza bisogno di alcuna magia, senza bisogno di pretesti, testi, contesti, voi stesi, cari miei, vi siete consegnati senza dolore per sfuggire al dolore, per spalancare il vostro sorriso mercenario in un orrido abisso, divaricare senza sforzo le vostre mascelle fino a creare un’enorme implosione orale per annullarvi inghiottendovi, ora al verde ingranate la marcia e andate a digerirvi al prossimo semaforo che non è più assassino, chissà cosa, perché di voi stessi non sopportate nemmeno i rimasugli di voi stessi, poi al prossimo incrocio vi cacate fuori per sentirvi un po’ meglio ”¦ addio cari miei cari automobilisti, per pochi secondi compagni di una coda incantata, per un attimo ”¦ addio ”¦ addio cari miei ”¦.

“Il folle volo”

Carlo Andrea Falvella
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