Italia: Ricercatori per non oltre sei anni, rettori per otto, concorsi nazionali abilitanti, cancellazione o fusione delle facoltà meno ’produttive, più soldi a quelle virtuose, introduzione di un codice etico per ogni ateneo e di un fondo per il merito per gli studenti più bravi. Il tutto con la supervisione dell’Agenzia nazionale di valutazione dell’università , istituita di recente dal governo. Sono i punti salienti del testo di riforma dell’università , che da oggi affronterà in Senato la settimana ’decisiva’: il testo arriva sul tavolo di palazzo Madama assieme ad un ’carico non indifferente di 396 emendamenti, un quarto dei quali presentati da senatori della maggioranza.
La riforma, che dovrebbe essere approvata entro la settimana, in modo da ottenere l’ok definitivo della Camera entro l’inizio del prossimo anno accademico, presenta diverse innovazioni. Che, se approvate, andrebbero a rivedere profondamente l’assetto degli atenei italiani dopo decenni di conservatorismo o, comunque, di lievi modifiche in itinere.
Per quanto riguarda i ricercatori si prevede la fine dei contratti a tempo determinato: alla base della contestazione c’è l’assenza, nel ddl di riforma, di una sanatoria o una deroga che prevede una conferma in blocco per i migliaia di ricercatori che da anni, anche decenni, svolgono attività , a vario titolo, all’interno degli atenei.
Anche per loro è prevista, senza distinzione, la possibilità di accedere all’insegnamento attraverso due contratti triennali: se nel corso del secondo triennio il ricercatore riuscirà a vincere il concorso da docente associato, per lui si apriranno definitivamente le porte dell’università ; in caso contrario non potrà più continuare l’attività accademica.
Anche l’incarico dei rettori comporterà un limite temporale: mentre ancora oggi per un rettore è possibile rimanere in ’sella’ ad un ateneo anche 16 anni, la riforma prevede che al massimo i responsabili delle sedi accademiche potranno firmare due incarichi da quattro anni ciascuno. Ed in caso di gestione non oculata potrà scattare la sfiducia del senato accademico (servirà , comunque, il 75% dei voti).
La riforma incentiverà la fusione degli atenei più piccoli. Con questa ’mossa il ministero cercherà , contemporaneamente, di ridurre le spese e migliorare l’offerta formativa: il ddl, infatti, incentiverà ulteriormente l’operazione di ’pulizia dagli atenei dei mini-corsi accademici cui sono iscritti, a volte, anche meno di dieci studenti.
Il ddl, sempre se approvato così come è giunto nell’aula del Senato, renderà inoltre difficile il mantenimento in vita degli atenei, delle facoltà e dei dipartimenti accademici meno efficienti: tanto per cominciare, le università che continueranno a far confluire oltre il 90% dei finanziamenti statali (fondo di finanziamento ordinario) negli stipendi del personale, non potranno bandire concorsi. Inoltre, il 7% dei fondi che annualmente lo Stato trasferisce alle università verranno stanziati solo se darà l’assenso l’Anvur, la nuova Agenzia nazionale di valutazione dell’università , istituita di recente dal governo proprio per classificare le università in base al merito.
Ed il merito sarà sempre più determinante anche per la carriera degli studenti: solo coloro che dimostreranno maggiori capacità e competenze, attraverso le risposte a dei test standard nazionali, di concezione simile a quelli già adottati tramite l’Indire negli istituti scolastici, potranno infatti accedere ad un fondo statale (ma in parte anche regionale ed eventualmente con il supporto dei privati). Il fine è quello, sostenuto anche dal ministro Gelmini nei giorni scorsi durante la presentazione del progetto ’Qualità e merito’ nell’ambito della scuola superiore, di istituire le borse di studio in prevalenza agli studenti universitari più meritevoli. Il tutto a prescindere dal livello economico della famiglia di provenienza dello studente. Rimarranno in vita, comunque, le borse di studio rivolte agli studenti meno abbienti.
Novità in vista anche per quel che riguarda i concorsi, che nelle intenzioni dei promotori del ddl dovrebbero diventare meno ’politati (anche se su questo punto le associazioni dei docenti e dei ricercatori dissentono): a gestirli sarà una commissione composta da quattro docenti ordinari estratti a sorte. Chi passerà la selezione acquisirà l’abilitazione all’insegnamento ed entrerà a far parte di un’unica lista nazionale, da cui attingeranno i propri docenti, all’occorrenza, tutte le università italiane.
I professori da prescegliere per far parte della commissione valutatrice saranno ’eletti, a loro volta, da una lista di docenti ordinari del settore disciplinare oggetto del bando e da un ordinario (che i sindacati dei docenti contestano perché sufficiente a mantenere in vita le gerarchie baronali) nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando.
Se la riforma dovesse passare, entro la primavera le università dovranno obbligatoriamente anche introdurre un codice etico: servirà , oltre che a definire la ’mission’ e l’organizzazione dell’ateneo, a limitare i casi di incompatibilità professionale per quel che riguarda i docenti che svolgono la professione (ad esempio come avvocato, architetto, ingegnere o commercialista) al di fuori dell’ambiente accademico.
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