Taurasi e dintorni.

Non sorprenda la solennità dei toni:ancora una volta i “Bevitori Randagi“ riuniti hanno avuto accesso alle elisie sfere del piacere enoico.
Nella consueta cornice del wine-bar Cairoli, mercoledì 20 Aprile 2011, ci siamo ritrovati in cinque:Antonio Lioce, Angelo Perilli, Rosario Tiso, Fabio Guzzo, Marco Pellegrini.

Doveva essere, nell’intento generale, un’incontro conviviale per celebrare l’aglianico, con il malcelato scopo di violare una bottiglia di proprietà di Lino Ficelo, il “patron“ del locale. Ma a sorpresa, dalla magica cantina di uno dei nostri. . . Angelo Perilli. . . , sono emerse come d’incanto spettacolari alternative.
Urge raccontare l’antefatto.

In un vigneto storico del Comune di Taurasi, Piano di Montevergine, si realizza l’omonima d. o. c. g. dell’azienda Feudi di S. Gregorio, in un angolo magico di Irpinia dove la vite si sposa ad alberi di nocciole e ulivi.
L’azienda dei “Feudi“ ha avuto il merito nel recente passato di giocare un ruolo da protagonista nella riscossa dei vini campani e noi, da attenti appassionati nonché “Bevitori Randagi“, non volevamo lasciarci sfuggire una ghiotta opportunità:mettere a confronto le annate 1998 e 2002 del loro “Taurasi“ di punta.

La degustazione si preannunciava stimolante per svariati motivi:a fronteggiarsi l’ultima creatura scaturente dalla mano enologica di Luigi Moio, il 1998(la bottiglia di Lino. . . ), peraltro mai messa in commercio, e uno dei primi “Piano“ a firma Riccardo Cotarella.
Un senso di mistero avvolge il 1998, distribuito in quantità confidenziali solo ad amici e donato a selezionati operatori del settore.

E’ un nettare ricavato da un’annata difficile che scatena curiosi appetiti in chi cerca soprattutto di vivere emozioni inedite nel cerchio del bicchiere.
Come se non bastasse viva perplessità scatena la ridda di opinioni discordanti di quanti hanno avuto la sorte di degustarlo:i “Bevitori Randagi“ scalpitano per dire la propria.

Il Taurasi “Piano di Montevergine“ è un vino di tutto rispetto. Solitamente equilibrato, complesso, corposo, non è filtrato, a indicare una ricerca della genuinità e dell’immediatezza non comuni nemmeno alla restante produzione aziendale. Fra i vini dei “Feudi“ è forse il meno “costruito“. Più tipico, nel cono d’ombra della tradizione, ha un’anima un pò ruvida come si confà ad un aglianico non artefatto.

Ma di fronte ad un Barthenau Vigna S. Urbano 1997 di Hofstatter e ad un Terra di Lavoro 2007 di Galardi quanti non avrebbero scompaginato anche i programmi più intriganti?
Si decide d’istinto di rinunciare al Taurasi del ’98 e si procede a stappare il campione che promette la struttura più esile e le “nuances“ più eleganti: il “Barthenau“.

Unanimemente riconosciuto il più grande Pinot Nero italiano, il Vigna S. Urbano è espressione di un cru prestigioso, dove il clima gioca. . . in quel di Mazzon. . . un ruolo fondamentale e gli esili umori di viti vetuste affiancano la linfa prorompente di giovani reimpianti.

La versione proposta dal vulcanico Angelo è semplicemente entusiasmante. Al naso e in bocca il vino sciorina un incedere da grand cru borgognone.
Finezza ed eleganza nel mazzetto di fiori secchi, riconoscimenti di minuscoli frutti rossi in confettura, delicati toni di vaniglia per una fase odorosa impeccabile. Al gusto spina acida e morso tannico, completamente addomesticati dal proficuo invecchiamento, balenano in un contesto sensoriale di supremo equilibrio.
Che vino!

Col Taurasi Piano di Montevergine 2002 si passa ad una dimensione volumetrica diversa. Lasciato il dominio del sussurro amoroso si passa a quello dei sensi.
E’ una sorta di congiungimento carnale:gli estratti sono copiosi, la speziatura evidente, i tannini saturanti.
Eppure c’è grazia e delicatezza nel dipanarsi di una materia così copiosa. Merito di un’uva pregiata colta a completa maturazione e di un’arte di trasformazione vinicola attenta all’anima del vino e non incline a grotteschi infingimenti.
L’ultimo campione degustato scatena l’entusiasmo dei presenti.

E’ dal 1994 che è nato per stupire con un connubio fra aglianico e piedirosso che ha qualcosa di ancestrale:il “Terra di Lavoro“.

Nella versione 2007 tanta frutta fresca con una speziatura di tabacco appena accennata. Il tannino, ancora graffiante, è promessa di longevità e non pregiudica la suadenza del tocco. E’ un vino dove dolcezza e morbidezza spadroneggiano a tutto vantaggio di una piacevolezza immediata. Per gli amanti delle spigolosità, dei fautori dei profili organolettici tortuosi sarebbe un vero tormento un sì facile fluire della beva.

Completamente appagati si cerca una chiusa dignitosa e la si trova:Moscato d’Asti “Cà d’gal“ e cioccolato di Claudio Corallo.

Questa volta ci è piaciuto stravincere.

ROSARIO TISO
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