A volte una bevuta si intreccia con storie meritevoli di essere narrate. Il protagonista di questa favola bella è uno dei vitigni più prestigiosi che madre natura ha regalato alla viticoltura d'Enotria :il picolit. Mai vicenda agronomica fu più tormentata. Il Picolit,vino da meditazione dal colore giallo oro,dalla complessità odorosa e gustativa senza pari,dalla consistenza viscosa,ebbe un periodo di grande notorietà nell’800 per l’azione meritoria di un singolo produttore,il conte Fabio Asquini del Castello di Fagagna,ed era fra i vini preferiti nelle corti del Regno di Sardegna,d'Inghilterra,di Francia e di Russia. Addirittura alla corte dell’imperatore d'Austria era considerato migliore di qualunque altro vino e simile apprezzamento era condiviso anche alla corte papale di Castelgandolfo.
Ma come accade per il fiore più bello di un giardino,la fragilità e la delicatezza sono sempre state le nefaste peculiarità del picolit. Fra le tante malattie,il famigerato aborto floreale. Fu così che progressivamente una coltivazione così congenitamente problematica è stata nel tempo abbandonata e a fine Ottocento la favola bella del vino Picolit sembrava destinata a concludersi per sempre. C'è stata allora,dopo un lungo periodo d'oblio a cavallo degli inizi del ‘900,l’irruzione sulla scena viticola della famiglia Perusini Antonini che in quel di Rocca Bernarda ha salvato definitivamente un vino destinato a scomparire. All’epoca l’uva si vendeva un tanto al grado e coltivare un vitigno che produceva 15-20 quintali ad ettaro non era propriamente un affare. Fu in simili angustie che un giovanissimo e semisconosciuto Luigi Veronelli bussò alla porta della Rocca. l’ultra-ottuagenaria Contessa Giuseppina lo accolse più per curiosità che per speranza e gli offrì un calice di quell’oscuro e misterioso nettare. Memorabili le sue parole accompagnatorie:"Lo beva,non le ricapiterà mai più". Di fronte all’eccezionalità del liquido dorato,grasso ed elegante,con sottili rimandi analogici al miele d'acacia e di grande personalità, Veronelli restò basito. Da quel giorno cominciò una dura battaglia per salvare il Picolit dall’estinzione . Efficace l’idea di definirlo lo Chateau d'Yquem italiano per l’importanza che l’Yquem riveste per i francesi e per il mondo e per quello che avrebbe potuto rappresentare il Picolit per il comparto enologico nazionale. Il salvataggio è riuscito e a distanza di anni mi ritrovo,vibrante di emozione,al cospetto di un Picolit 1998 di Rocca Bernarda.
Non è più la famiglia Perusini al timone dell’azienda. Dopo la morte della Contessa e di suo figlio Gaetano,l’azienda è passata nelle mani dell’Ordine dei Cavalieri di Malta ed in quelle energiche ed enologiche di Marco Monchiero. Le uve,si sa,sono alla base di un grande vino. Quelle utilizzate per la bottiglia che ho davanti sono state raccolte surmature e ricche. Da loro deriva un prodotto che mentre lo osservo mostra un colore dorato e caldo. Poi all’olfazione sprigiona profumi che spaziano dai frutti freschi della solarità(arancia,mandarino),a quelli mediterranei ed esotici di datteri e fichi ,fino a quelli secchi di mandorle e canditi . Su tutto ricordi di botrite. Ma è all’assaggio che percepisco la vera magìa :una spina acida irriducibile pervade la massa oleosa che permea il cavo orale donando una stupefacente freschezza ed eleganza . La prepotente carica zuccherina è così ricomposta in armonia.
Un vino indimenticabile.
ROSARIO TISO
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