Da sperimentare, ma già disponibile (e non costosa) se è vero che a innescare e via via ad aggravare il morbo sarebbe la lenta e progressiva morte dei neuroni produttori di dopamina. Un neurotrasmettitore molto importante, soprattutto a livello del sistema nervoso centrale, che regola la genesi dei movimenti (carenze di dopamina sono associate al morbo di parkinson), l'umore (mancanza di dopamina porta a depressione e ansia).
E ora si è scoperto, ed è un successo della ricerca italiana, che è anche dietro all’Alzheimer, se i neuroni che la producono muoiono via via negli anni la malattia prende il sopravvento distruggendo memoria e ricordi (amnesia), poi cambiando comportamento e personalità e spegnendo iniziativa e interesse, quindi creando problemi di linguaggio (afasia), confusione e perdita di orientamento nello spazio e nel tempo. Fino a una serie di sintomi finali che si assommano ai precedenti: incapacità a riconoscere persone, cose e luoghi (agnosia); incapacità a compiere gli atti quotidiani della vita, come lavarsi, vestirsi, mangiare (aprassia), bere; la comparsa di deliri e allucinazioni; la totale dipendenza del malato da chi lo assiste. Il tutto nell’arco di 10-15 anni.
Malattia incurabile, perché ignorandone la causa non poteva certo essere curata, spesso diagnosticabile con certezza solo dopo la morte e peraltro individuandone le conseguenze sul cervello e non le cause scatenanti, finora ignote.
Ora tutto cambia, grazie agli italiani che hanno firmato lo studio pubblicato su Nature Communications, i cui risultati dimostrano anche che la depressione sarebbe una "spia" dell'Alzheimer, non viceversa. L’origine della malattia non è nell’ippocampo, nell'area del cervello associata alla memoria, bensì in un’altra area quella collegata anche ai disturbi d'umore. Quella in cui si trovano e agiscono i neuroni che producono dopamina. È l'area tegmentale ventrale. Come in un effetto domino, la morte di questi neuroni provoca il mancato arrivo della dopamina nell'ippocampo, causandone il 'tilt' che genera la perdita dei ricordi. È l’inizio. I primi sintomi dell’Alzheimer già in atto. È il segnale che la produzione del neurotrasmettitore dopamina comincia a venire meno. L'ipotesi è stata confermata in laboratorio, somministrando su modelli animali due diverse cure mirate a ripristinare i livelli di dopamina. Si è così osservato che, in questo modo, si recuperava il ricordo, ma anche la motivazione. Quali cure sono state sperimentate? Una con L-Dopa, un amminoacido precursore della dopamina, l'altra basata su un farmaco che ne inibisce la degradazione. Cure comuni e già in commercio per altre indicazioni. Che cosa si è visto? Il recupero completo della memoria, in tempi relativamente rapidi. Nel corso dei test, gli scienziati hanno registrato anche il pieno ripristino della facoltà motivazionale e della vitalità. Si tratta di una seconda, importante, scoperta. "Abbiamo verificato - chiarisce Marcello D'Amelio, coordinatore della ricerca, neurofisiologo dell’università Campus Bio-Medico di Roma - che l'area tegmentale ventrale rilascia la dopamina anche nel nucleo accumbens, l'area che controlla la gratificazione e i disturbi dell'umore, garantendone il buon funzionamento. Per cui, con la degenerazione dei neuroni che producono dopamina, aumenta anche il rischio di andare incontro a progressiva perdita di iniziativa, indice di un'alterazione patologica dell'umore".
Questi risultati "confermano le osservazioni cliniche secondo cui, fin dalle primissime fasi di sviluppo dell'Alzheimer, accanto agli episodi di perdita di memoria i pazienti riferiscono un calo nell'interesse per le attività della vita, mancanza di appetito e del desiderio di prendersi cura di sé, fino ad arrivare alla depressione", prosegue il neurofisiologo.
L’aggettivo incurabile accanto a quella spesso definita "malattia del secolo" potrebbe essere presto cancellato.
Il morbo di Alzheimer, la forma più diffusa di demenza senile, oggi in Italia colpisce, a seconda delle stime, 500-600 mila persone, pari al 5% delle persone con più di 60 anni. Nel mondo, secondo il World Alzheimer Report 2016 della Federazione internazionale Alzheimer's Disease International (Adi), oltre 47 milioni di persone soffrono di demenza, un numero destinato a salire, a causa dell'invecchiamento della popolazione, a 131 milioni entro il 2050. Quanto all'Italia, gli affetti da demenza sono circa 1,2 milioni e circa la metà sono malati di Alzheimer. Secondo una ricerca Censis-Aima, il 18% vive da solo con la badante e i costi diretti per l'assistenza superano gli 11 miliardi di euro in Italia di cui il 73% è a carico delle famiglie. L'età media dei malati di Alzheimer è di 78,8 anni, i caregiver impegnati nella loro assistenza ne hanno in media 59. Prende il nome da Alois Alzheimer, neurologo tedesco che nel 1907 notò segni particolari nel tessuto cerebrale di una donna che era morta in seguito a una insolita malattia mentale, evidenziando la presenza di agglomerati, poi definiti placche amiloidi, e di fasci di fibre aggrovigliate. Ed è questa l’ipotesi come causa scatenante finora portata avanti. E l'unico modo di fare una diagnosi certa è attraverso l'identificazione delle placche amiloidi nel tessuto cerebrale, possibile solo con l'autopsia dopo la morte. Nonostante i tanti investimenti in ricerca nel settore, non esistono ancora farmaci in grado di fermare e far regredire la malattia e tutti i trattamenti disponibili puntano a contenerne i sintomi. Tutto questo finora, perché se la scoperta italiana trova via via conferme sull’uomo il quadro sarebbe destinato a mutare radicalmente. E potrebbe anche mettere un prossimo Nobel in mano all’Italia, data l’importanza della malattia.
"Questo lavoro spiega perché le sperimentazioni di terapie mirate alle placche beta-amiloidi hanno fallito e offre una nuova direzione alla ricerca per trattare l'Alzheimer", dice D'Amelio.
Negli ultimi 20 anni i ricercatori si sono focalizzati sull'area da cui dipendono i meccanismi del ricordo, ritenendo che fosse la progressiva degenerazione delle cellule dell'ippocampo a causare l’Alzheimer. Le analisi sperimentali, tuttavia, non hanno mai fatto registrare al suo interno significativi processi di morte cellulare. Nessuno aveva finora pensato che potessero essere coinvolte altre aree del cervello nell'insorgenza della patologia. "L'area tegmentale ventrale - sottolinea D’Amelio - non era mai stata approfondita nello studio della malattia di Alzheimer, perché si tratta una parte profonda del sistema nervoso centrale, particolarmente difficile da indagare a livello #neuro-radiologico".
"Perdita di memoria e depressione - conclude D'Amelio - sono due facce della stessa medaglia. Il prossimo passo sarà la messa a punto di tecniche neuro-radiologiche più efficaci, in grado di farci accedere ai segreti custoditi nell'area tegmentale ventrale, per scoprirne i meccanismi di funzionamento e degenerazione. Infine, poiché anche il #Parkinson è causato dalla morte dei neuroni che producono la dopamina, è possibile immaginare che le strategie terapeutiche future per entrambe le malattie potranno concentrarsi su un obiettivo comune: impedire in modo 'selettivo' la morte di questi neuroni".
Infine qualche consiglio di #alimentazione e stili di vita per prevenire l’Alzheimer, favorendo la dopamina creata naturalmente dal cervello in risposta a un'attività piacevole come mangiare o fare sesso.
Mangia cibi contententi un alto livello di tirosina. Per poter produrre dopamina, il tuo corpo ha bisogno di tirosina, una sostanza che, dopo essere stata processata in vari termini tecnici e di sintetizzazione, si trasforma nel tuo carburante di felicità. Mandorle, avocado, banane, semi di sesamo, latticini a basso contenuto di grassi, carne, pollame, fagioli e semi di zucca sono tutti cibi che favoriscono la produzione di dopamina. Tuttavia, molti latticini e molte carni sono altamente calorici e ricchi di grassi, quindi fai attenzione e tieni sotto controllo il numero di calorie ingerite mentre segui questa dieta.
Aumenta l'assunzione di antiossidanti. La dopamina si ossida facilmente e gli antiossidanti possono ridurre l'effetto dannoso dei radicali liberi sulle cellule del cervello responsabili della produzione di dopamina. Molti frutti e la verdura sono ricchi di antisossidanti, includendo:
#Beta-carotene e carotene: verdure a foglia verde, frutta e verdura di colore arancione, asparagi, broccoli e barbabietole.
#Vitamina C: #peperoni, #arance, #fragole, #cavolfiori, #cavoletti di Bruxelles
Vitamina E: #Noci e #semi-di-girasole, #broccoli, #carote
Stili di vita
L'attività fisica aumenta i livelli di calcio nel sangue aumentando la produzione di #dopamina. Cammina per 30-60 minuti ogni giorno, pratica il nuoto o il jogging per aumentare drasticamente i livelli di dopamina.
Una risata genuina o un momento di rilassamento possono replicare la produzione di dopamina attraverso il rilascio di endorfine. Fai comunque attenzione, livelli di endorfine molto alti possono essere pericolosi in quanto inibitori del dolore.
Dormi a sufficienza. Il tuo cervello usa poca dopamina quando stai dormendo; ciò ti aiuta ad aumentare la tua riserva per il giorno dopo. La dopamina è stata collegata a sensazioni di insonnia, quindi per essere perfettamente vigile il giorno successivo, dormi almeno 8 ore per notte. Oppure… non dormire affatto. Se stai stranamente cercando di alzare i tuoi livelli di dopamina per avere delle sensazioni opposte a quelle di benessere, sappi che i livelli di dopamina arrivano alle stelle se combinati con la privazione del sonno. Ti sentirai stanco, intontito e irritabile, ma i tuoi livelli di dopamina saranno stellari.
Raggiungi un nuovo obiettivo. La dopamina è strettamente collegata al piacere, ed è sicuramente una sostanza chimica cerebrale edonistica. Fortunatamente, tutto quello che devi fare è allenare il tuo cervello. Accendi i centri del piacere raggiungendo gli obiettivi importanti per te, sia che si tratti di arrivare in tempo al negozio delle ciambelle o di ottenere quel sospirato dottorato.
Attenzione alla droga
Gli oppiacei, la metanfetamina e altre droghe illegali possono aumentare la produzione di dopamina. Tuttavia, queste sostanze sono accompagnate da un rischio di tossicodipendenza che sbilancia gravemente la capacità per il corpo di creare dopamina naturalmente. Le conseguenze più gravi sono: la depressione cronica, la fame cronica, la depressione e il desiderio di suicidio. Intervenire nel bilanciamento chimico naturale del corpo può portare a una malattia mentale grave. E chissà poi che drogarsi non favorisca l’Alzheimer.
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