ORA ATTACCANO GLI ORDINI SABAUDI

Ambizioni del ramo cadetto

Sul sito internet diretto da Sergio Boschiero, a più riprese prima al fianco del Capo di Casa Savoia poi acceso sostenitore del Duca d’Aosta, sono apparsi due documenti del Duca delle Puglie, S.A.R. Aimone di Savoia-Aosta, relativi agli Ordini dinastici di Casa Savoia, nei quali si danno disposizioni circa una fantomatica “riammissione” in questi Ordini e casi di “privazione della decorazione”.

E’ evidente la manovra: creare confusione e cercare di sottrarre l’amministrazione degli Ordini al legittimo Capo della Casa Reale, attirando a sè gli insigniti e cercando di sottoporli ad un giudizio di parte: quello di una nuova commissione nominata dallo stesso Duca. A parte l’ineleganza e la goffaggine di una tale manovra, annunciata più di un anno fa, ed i diversi errori e contraddizioni presenti nei due documenti, vanno fatte alcune riflessioni specifiche. Come ha ben sottolineato un recente documento del Centro Studi del Coordinamento Monarchico Italiano (CMI), gli ordini cavallereschi legittimi godono di vita propria, analogamente a quanto accade per gli Ordini religiosi.

Nel caso specifico dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, Papa Gregorio XIII, che ne volle l’istituzione, lo affidò in perpetuo al Duca di Savoia ed a suoi discendenti. Così facendo, il Vicario di Cristo non intendeva certo immergersi in questioni di carattere dinastico: semplicemente, dopo la vittoria di Lepanto, alla quale il Ducato sabaudo aveva partecipato con onore, egli affidava l’ Ordine al X Duca di Savoia, Emanuele Filiberto “Testa di Ferro”, ed ai suoi discendenti. Ora, non v’è contestazione sul fatto che fra i legittimi discendenti del X Duca di Savoia si annoveri anche Re Umberto II e che il figlio di questi sia S.A.R. il Principe Vittorio Emanuele di Savoia, al quale dunque spetta il Gran Magistero dell’Ordine. La più palese dimostrazione di questo stato di cose sta nel fatto che mai la Santa Sede ha avuto da eccepire in merito e che SS. Giovanni Paolo II inviò una benedizione apostolica tramite il Suo Elemosiniere, Mons. Rizzato, indirizzata proprio al Gran Maestro, in occasione del XX Capitolo, presieduto da quest’ultimo, degli Ordini Dinastici di Casa Savoia. Di più: lo stesso Duca d’Aosta presenziò in manto da chiesa al Capitolo Generale nel corso del quale sua moglie, alla quale il Principe di Napoli aveva concesso un predicato nobiliare, accettò dalle mani dello stesso, in qualità di Gran Maestro, le insegne di Dama di Gran Croce nell’Ordine. Un evidente riconoscimento del ruolo del Principe Vittorio Emanuele, a ben 16 anni dal suo matrimonio. Quello stesso matrimonio che ora il Duca d’Aosta vorrebbe strumentalizzare. E’ evidente, dunque, che la posizione attuale del Duca e di suo figlio è del tutto contraddittoria e strumentale, oltre a non avere alcun affidamento. Anche perché, cessata con il 1946, da parte dello Stato Italiano, l’uso dell’Ordine, quest’ultimo è tornato, di fatto, a svolgere solo la sua missione principale proprio in ragione della sua soggettività autonoma, che esclude qualunque strumentalizzazione o ingerenza esterna, come quella tentata, un po’ goffamente, da Aimone di Savoia-Aosta.

Ma v’è di più: se anche (lo poniamo quale ipotesi logica) il ramo cadetto avesse la possibilità legittima di vantare un qualche diritto sull’ordine, certamente questo non gli consentirebbe di sindacarne l’operato passato, ma solo di decidere a proposito della gestione futura. Ad esempio, non potrebbe certo decidere in merito alla validità delle nomine già effettuate, perché chi ha accettato l’ investitura ha acquisito un diritto che nessuna “manovra” di palazzo posteriore può legittimamente abrogare o condizionare nè, tantomeno, riprendere in esame imponendo l’inoltro di domande o richieste. Di più: dell’Ordine fanno parte anche Principi della Chiesa: verranno anche loro sottoposti a giudizio? Persino per coloro che furono insigniti da Re Umberto II, nelle intenzioni del figlio del Duca d’Aosta, dovrebbero chiedere formalmente la loro “ammissione” nell’Ordine, quando è palese che mai ne uscirono. Fanno eccezione, naturalmente, la Principessa Maria Gabriella di Savoia e la consorte del Duca d’Aosta, che rassegnarono le dimissioni dall’Ordine. Quanto affermiamo è evidentemente questione di buon senso, che poggia sui fondamenti del diritto naturale ancor prima che su quelli del diritto araldico e di quello civile. Non abbiano dunque alcun timore gli insigniti: nessuno potrà privarli in questo modo della loro qualifica. Tanto meno chi vanta diritti inesistenti, firmandosi, oltretutto, in modo non conforme alla legge italiana. Eugenio Armando Dondero Portavoce Coordinamento Monarchico Italiano http://www.tricolore-italia.com/