8 settembre 1943 - III

Una sintesi storica documentata - III

8 SETTEMBRE 1943, LA PARTENZA DA ROMA DI RE VITTORIO EMANUELE III
Al terzo Re d’Italia viene spesso contestato il fatto d’aver lasciato Roma il 9 Settembre 1943, sostenendo che fu un atto di vigliaccheria. Ecco, però, i fatti:

1) In un momento così delicato, il Re, in qualità di Capo dello Stato, aveva il preciso dovere d’evitare che l’Italia cadesse in balia dei tedeschi o degli anglo-americani, che avrebbero senza dubbio disposto a loro piacimento del nostro Paese, creando un governo fantoccio ai propri ordini. Un caso simile, ad esempio, si ebbe in Ungheria nell’Ottobre 1944, quando i nazisti catturarono l’ammiraglio Horthy e crearono il governo fantoccio del maggiore Ferenc Szà lasi.
Gli archivi federali statunitensi confermano, a loro volta, che il 20 Agosto 1943 gli anglo-americani minacciarono il Re di costituire un governo fantoccio al sud. Era quindi assolutamente necessario dare continuità alle istituzioni Italiane legittime, innanzi tutto formando un nuovo governo e mettendolo in grado di agire liberamente.

2) Per riuscire in questo intento era necessario evitare la cattura da parte dei nazisti, che progettavano la deportazione dell’intera famiglia reale già dal Luglio 1943. Gli stessi servizi segreti americani confermarono il piano di cattura nazista in data 4 Settembre 1943.
Ne parla anche un nemico di Casa Savoia, il nazista Eugen Dollmann, nel suo libro “Roma Nazista " 1937 / 1943”, affermando che Hitler ordinò “l’arresto dell’intera famiglia reale, di quanti Savoia si fossero potuti rintracciare e di tutto il personale di corte. “. Sempre secondo Dollmann, “La fine della principessa Mafalda è l’indizio più chiaro e più eloquente delle intenzioni tedesche nei riguardi della famiglia reale italiana.”
Era anche necessario rimanere in Italia. In quel momento, la Puglia offriva questa possibilità , così il Re si trasferì con il governo a Brindisi.
Sono stati spesi fiumi d’inchiostro nel commentare questo trasferimento. Noi ci limitiamo a ricordare alcuni pareri autorevoli, come quello dell’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che affermò che così facendo “il Re ha salvato la continuità dello stato” (infatti, il governo italiano colmò l’incombente vuoto istituzionale, imponendosi agli alleati quale unico interlocutore legittimo). Dello stesso parere anche il marxista prof. Ernesto Ragionieri (cfr. la sua “Storia d’Italia”, edita da Einaudi).
Sergio Romano, spesso avverso a Casa Savoia, ha scritto: “debbo chiedermi cosa sarebbe successo se (il Re " nda) fosse rimasto nella capitale e fosse caduto, com’era probabile, nelle mani dei tedeschi. Vi sarebbero state nei mesi seguenti un’Italia fascista governata da Mussolini e un’Italia occupata dagli alleati, priva di qualsiasi governo nazionale. La fuga, fra tante sventure, ebbe almeno l’effetto di conservare allo Stato un territorio su cui sventolava la bandiera nazionale. Non è poco” (Da: “Corriere della Sera”, 23/06/2006).
Fra i tanti altri esempi di un tale comportamento obbligato accenniamo a quello francese del 1914: durante la prima guerra mondiale, i tedeschi erano giunti a soli 80 km da Parigi e il governo repubblicano, per assicurare un futuro alla nazione, lasciò la capitale per trasferirsi a Bordeaux. Nessuno si sognò mai di accusare di “fuga” o di “vigliaccheria” o “tradimento” gli esponenti del governo.

3) Ricordiamo anche che Roma non poteva essere difesa. Infatti, accogliendo l’appello di Papa Pio XII, per evitare sofferenze inutili alla popolazione e danni gravi ed inutili al patrimonio artistico, il governo italiano aveva dichiarato Roma "città aperta" sin dal 31 Luglio 1943. Questa dichiarazione rimase (formalmente) unilaterale, giacchè non vi fu alcuna risposta ufficiale da parte anglo-americana. Secondo il diritto internazionale, essa comportava, tra l’altro, l’impegno italiano di eliminare dalla città ogni possibile obiettivo ed installazione militare.

4) E’ vero che il Principe Ereditario Umberto di Savoia chiese di poter rimanere nella capitale, ma infine anch’egli comprese che non poteva essere messa a repentaglio la vita dell’erede al trono, proprio per evitare che l’Italia rimanesse abbandonata a sè stessa. Era tutt’altro che improbabile, infatti, che nel rischioso viaggio verso Brindisi, che si presentava pieno d’incognite, Re Vittorio Emanuele III potesse perdere la vita, o essere catturato dai nazisti. In tal caso, la presenza del Principe Ereditario si sarebbe rivelata indispensabile. Si ricordi anche che i nazisti avevano già progettato e deciso la cattura dell’intera famiglia Reale e che, perciò, rimanere a Roma sarebbe stato, per il Principe Umberto, un sacrificio inutile. Anche perché il Re aveva già deciso d’affidare la capitale al Conte Giorgio Calvi di Bergolo, consorte della Principessa Iolanda di Savoia. Una decisione che persino secondo un nemico, il Generale tedesco Albert Kesserling, salvò Roma dal saccheggio nazista.

5) Le modalità del trasferimento a Brindisi, pur effettuato velocemente a causa del rapidissimo succedersi degli eventi, non assomigliarono certo a quelle di una fuga: l’auto reale, con le sue insegne bene in vista, precedette tutte le altre, imboccando la via Tiburtina alla volta di Ortona, ove avvenne l’imbarco sulla R.N. “Baionetta” la quale, scortata dall’incrociatore R.N. “Scipione l’Africano”, raggiunse la città pugliese nel primo pomeriggio del giorno 10. La velocità con la quale si effettuò il trasferimento dimostra di per sè l’infondatezza della tesi che afferma, senza alcun riscontro documentale, che il convoglio reale potè raggiungere Pescara grazie ad un preventivo accordo con i tedeschi.

6) Nella situazione confusa di quei giorni, resa ancor più drammatica dall’improvviso cambiamento della strategia anglo-americana (divenuta da un momento all’altro incomprensibile, timida ed incerta), Re Vittorio Emanuele III sapeva bene che i suoi avversari politici avrebbero avuto buon gioco nell’accusarlo strumentalmente di vigliaccheria, ma scelse di sacrificare la sua immagine per il bene dell’Italia.

7) Con il trasferimento a Brindisi, di fatto il Re e il Governo italiani riuscirono a rimanere gli unici interlocutori legittimi per gli anglo-americani e impedirono che l’Italia venisse smembrata. Gli alleati, infatti, avevano già deciso di dividere la nostra Patria, assegnandone il nord-est (fino a Milano) agli jugoslavi, la Puglia e parte del meridione alla Grecia, Roma alla tutela del Pontefice e tutto il resto agli inglesi (cfr. in proposito lo studio di Vanna Vailati, pubblicato nel 1988). La presenza di un governo legittimo vinse anche le spinte secessionistiche siciliane.

8) In circostanze per molti versi simili, lasciarono la capitale del loro paese la Regina Guglielmina d’Olanda (che nel 1940 si rifugiò in Inghilterra), il Re Alberto I del Belgio (il quale, durante la prima guerra mondiale, si rifugiò nell’unico lembo di terra belga ancora non invaso dal nemico, per poter continuare ad esercitare le sue alte funzioni istituzionali), il Re e il Governo greci (che ripararono in Sudafrica), il Gen. De Gaulle e il Governo della “Francia libera” (che si trasferirono a Londra) e persino il dittatore sovietico Stalin (che con i tedeschi vicino a Mosca si trasferì con il suo governo a Sveldrowsk, negli Urali). Nessuno di loro fu mai accusato di essere fuggito, perché, come la storia ha sempre dimostrato, la salvezza del Capo dello Stato significa la salvezza della Patria.

In sintesi: era preciso dovere del Re lasciare la capitale, sia perché in quel momento l’Italia aveva un estremo bisogno di essere difesa anche ad alto livello, sia perché le gravi condizioni della Patria richiedevano azioni di governo immediate, che non potevano certo essere delegate ad alcun altro paese.
Citiamo in proposito due pareri, espressi da due persone lontanissime, sia dal punto di vista ideologico sia in termini d’età .
- Lo storico di sinistra Lucio Villari, in un articolo di fondo pubblicato sul Corriere della Sera del 9 Settembre 2001, scrisse: “Sono, in proposito, assolutamente convinto che fu la salvezza dell’Italia che il Re, il governo e parte dello stato maggiore abbiano evitato di essere “afferrati” dalla gendarmeria tedesca e che il trasferimento (il termine “fuga” è, com’è noto, di matrice fascista e riscosse e riscuote però grande successo a sinistra) a Brindisi gettò, con il Regno del Sud, il primo seme dello stato democratico e antifascista ed evitò la terra bruciata prevista, come avverrà in Germania, dagli alleati”.
- Secondo il maresciallo Kesserling, comandante in capo delle forze armate tedesche in Italia in quel periodo, la Monarchia aveva salvato l’unità d’Italia partendo da Roma ed aveva preservato Roma dal saccheggio lasciandovi un membro di Casa Savoia, il Conte Calvi di Bergolo (“Roma nazista " 1937 / 1943”, di Eugen Dollmann).


Bibliografia essenziale
- “I Savoia”, di Francesco Cognasso, Ed. Corbaccio, 1999
- “La Grande Frode " Come l’Italia fu fatta repubblica”, di Franco Malnati, Ed. Bastogi, 1999
- “Breve storia del fascismo”, di Renzo De Felice, Ed. A. Mondadori, 2000
- “Umberto II il Re gentiluomo”, di Giovanni Artieri, Ed. Le Lettere, 2002
- “Storia controversa della seconda guerra mondiale”, opera in 8 volumi di Eddy Bauer, Ist. Geografico De Agostini " Novara
- “Il Re signore”, di Luciano Regolo, Ed. Simonelli, 1998
- “RifletteRe”, di Franco Malnati, Ed. S.E.I., 1999, Vol. 1 e Vol. 2
- Nuova Storia Contemporanea, Anno VI, n. 5, Settembre " Ottobre 2002 e n. 6, Novembre " Dicembre 2002
- materiale archivistico dell’Unione delle Comunità Ebraiche in Italia (www.ucei.it)
- archivio del Centro Studi dell’Istituto della Reale Casa di Savoia.

Una sintesi storica documentata " parte 3
Dr. Alberto Casirati
Presidente, Tricolore associazione culturale