TROPPE TASSE, ENTI LOCALI SANGUISUGHE

LA CORTE dei Conti ha autorevolmente confermato i timori largamente diffusi sul frenetico attivismo fiscale degli enti locali. Nel 2000 infatti, secondo il rendiconto della Corte, Ici e Tarsu, cioè i tributi comunali sulla casa e sui rifiuti, sono aumentati del 5%, ben più dell’inflazione.

Per fortuna l’incremento del Pil nominale, cioè sostanzialmente del reddito nazionale, è stato superiore al 5%, altrimenti i balzelli comunali si sarebbero addirittura mossi nel senso di un aumento della pressione fiscale, cioè del rapporto tra entrate fiscali complessive e Pil. Si tratta tuttavia di un brutto segnale. Ciò che rende particolarmente odiosi questi tributi è la circostanza che al loro aumento non corrisponde affatto un miglioramento dei servizi forniti.

Città e paesi, malgrado una violenta campagna di forte incremento del gettito delle tasse sulla nettezza urbana, sono sporchi come e più di prima. In generale la morsa delle tasse è ancora soffocante, ed è una delle fondamentali ragioni della progressiva perdita di competitività del nostro Paese. l’Italia, dal periodo delle grandi scelte economiche che ebbero protagonisti uomini come De Gasperi, Scelba, Martino, La Malfa, e fino all’inizio degli anni Novanta, cioè fino al crollo della vituperata Prima Repubblica, aveva conosciuto uno sviluppo formidabile: i suoi tassi di crescita erano inferiori, tra le grandi economie d'Occidente, solo a quelli giapponesi; la quota italiana nel commercio mondiale, pari al 2% nel 1950, venti anni dopo, era praticamente raddoppiata, per arrivare a sfiorare il 5% all’inizio degli anni Novanta.
Poi, con l’alba radiosa della Seconda Repubblica e con i governi di sinistra, è cominciato il declino. Per un decennio, lo sviluppo dell’economia italiana è stato inferiore a quello dei partners europei, per non parlare degli Stati Uniti, e si è verificata una progressiva perdita di posizioni sul mercato mondiale, del quale copriamo ormai meno del 4%.

In buona misura, ciò è avvenuto per l’incorreggibile statalismo dei governi di sinistra, e il conseguente rastrellamento di quasi la metà dei guadagni degli italiani. Si è arrivati al punto di istituire una imposta che non ha praticamente riscontro altrove, il prelievo sui guadagni virtuali maturati dai risparmiatori: chi ha visto accrescersi il corso delle azioni, delle quote di fondi e di altri strumenti finanziari in suo possesso, il che è avvenuto in larga misura fino alla primavera del 2000, ha pagato imposte su questi guadagni non realizzati. Come dire: credevate di aver fatto dei guadagni? E noi ve li leviamo prima ancora che li vediate.

Quando i corsi di borsa sono scesi, e ai guadagni sono succedute le perdite, per molti l’investimento iniziale ha perso di valore rispetto alla somma inizialmente stanziata, o è rimasto allo stesso livello; ma i malcapitati nel frattempo hanno dovuto pagare una imposta su soldi mai realizzati. Per fortuna l’attuale governo ha finalmente annunciato, in occasione della presentazione del Dpef, che eliminerà questa tassa iniqua. Ma il cammino verso un più ragionevole regime fiscale sarà duro, e se non vi è motivo di dubitare della volontà politica dell’attuale maggioranza di percorrerlo, gli ostacoli sono molti. In particolare il governo deve far valere i suoi poteri di coordinamento della finanza pubblica, per ricondurre alla ragione quegli enti locali che continuano a voler torchiare i cittadini (i quali dovrebbero però ricordarsi che possono castigare, col voto, gli amministratori dalla tassa facile).

di GIOVANNI SOMOGYI