Nel 2004 la voglia d’impresa degli italiani, misurata calcolando le nuove attività avviate o in fase di avviamento, è cresciuta rispetto al 2003, ma rimane al di sotto della media europea. Ad avviare nuove attività sono soprattutto i maschi tra i 34 e i 44 anni, coniugati, con un’istruzione di livello medio-alto e reddito medio. Sebbene, nella grande maggioranza dei casi, le attività siano avviate per sfruttare un’opportunità di mercato e non come forma di evasione dalla disoccupazione, i neoimprenditori italiani sono i più pessimisti del mondo per quanto riguarda le prospettive di crescita nei prossimi anni. Alla creazione d’impresa partecipano pochissimo i giovani e le donne. A rilevarlo è una ricerca di Guido Corbetta, Ugo Lassini e Alexandra Dawson di Enter, il Centro di ricerca imprenditorialità e imprenditori dell’Università Bocconi, che hanno analizzato la realtà italiana nell’ambito di Global Entrepreneurship Monitor, un progetto coordinato dalla London Business School e dal Babson College di Wellesley, Massachusetts, che consente di comparare i livelli di imprenditorialità in 34 paesi del mondo. Dalle interviste a un campione di 3.000 persone risulta che il 4,3% degli italiani adulti sono stati impegnati, nel 2004, nell’avvio di una nuova attività o nella gestione di un’attività con meno di 42 mesi di vita, contro il 3,5% del 2003. “Questo genere di rilevazione è preferita all’analisi dei registri d’impresa”, spiega Corbetta, “ perché questi ultimi non costituiscono una base omogenea a livello internazionale e rendono spesso indistinguibili le nuove attività dai cambiamenti di nome delle vecchie”. Il tasso di creazione di nuove attività in Italia è più basso della media dei 16 paesi dell’Unione allargata che hanno partecipato all’indagine (5,4%), ma sostanzialmente in linea con gran parte di essi, se si eccettuano Francia, Gran Bretagna e Irlanda, che vantano tassi decisamente più alti (vedi tabella). Le regioni più vitali risultano essere, nell’ordine, Sicilia, Marche, Campania, Lazio e Lombardia. Il profilo tipico dell’imprenditore italiano indica che si tratta di un maschio (nel 64% dei casi), coniugato (80%) e con figli (65%), con un livello di educazione elevato (diploma o laurea nell’85% dei casi) e con un reddito familiare medio (compreso tra 25.000 e 50.000 euro nel 75% dei casi di chi ha risposto a questa domanda). Il profilo si discosta sensibilmente da quello degli imprenditori in paesi paragonabili all’Italia per reddito pro capite. In particolare, l’età media italiana è più alta, la presenza femminile inferiore e il livello d’istruzione, per quanto elevato, leggermente più basso. In Italia risulta del tutto assente il contributo della classe di età 18-24 anni, molto vivace altrove, mentre i più imprenditoriali sono i 35-44enni rispetto ai 25-34enni del resto del mondo sviluppato. Per presenza femminile l’Italia è quintultima dei 34 paesi analizzati: si registrano 3,6 imprenditrici ogni 10 maschi, rispetto alle 5,5 della media globale. “Il tasso di creazione di nuove imprese in Italia è perfettamente in linea con quello che ci si attenderebbe ai nostri livelli di reddito pro capite”, spiega ancora Corbetta. “I dati internazionali dimostrano, infatti, che le nuove imprese sono particolarmente numerose a livelli bassi di reddito, perché in quelle economie mancano le alternative del lavoro dipendente. A un livello intermedio di reddito, come il nostro, il tasso diminuisce perché viene meno la necessità . A redditi di poco superiori di quello italiano i tassi riprendono a crescere, perché si afferma un’economia basata sui servizi, che offre molte più opportunità d’impresa rispetto a quella industriale”. Il tasso d’imprenditorialità in Italia sembra perciò destinato a crescere se, nei prossimi anni, crescerà il reddito pro capite. Il dato positivo per l’Italia è la preponderanza di imprenditori che hanno avviato la propria attività per sfruttare un’opportunità di mercato, rispetto a quelli che lo hanno fatto per necessità , con un rapporto di 5,57 a uno. I neoimprenditori sono, però, i più pessimisti (o i più prudenti) del mondo per quanto riguarda le potenzialità di crescita nei prossimi anni: solo l’1% prevede un’espansione di mercato media e nessuno un’espansione significativa. L’ostacolo principale all’imprenditorialità viene ritenuto l’atteggiamento delle banche, che non sono ancora disposte a fare credito senza garanzie reali, mentre gli interventi pubblici più incentivanti sono ritenuti quelli mirati alla diffusione di servizi per i neoimprenditori. L’analisi completa viene pubblicata oggi all’indirizzo Internet http://www.unibocconi.it/enter-ricerca
Paese Indice 2004
Perù - 40.34
Uganda - 31.64
Ecuador 27.24
Giordania 18.26
Nuova Zelanda 14.67
Irlanda 13.57
Brasile 13.48
Australia 13.38
Argentina 12.84
Stati Uniti 11.33
Canada 8.85
Polonia - 8.83
Irlanda - 7.70
Norvegia 6.98
Israele - 6.62
Regno Unito - 6.25
Francia - 6.03
Grecia 5.77
Singapore - 5.69
Sud Africa 5.40
Danimarca - 5.31
Spagna 5.15
Olanda 5.11
Germania 4.47
Finlandia - 4.39
Italia 4.32
Ungheria 4.29
Portogallo 3.95
Croazia - 3.73
Svezia 3.71
Belgio 3.47
Hong Kong - 2.97
Slovenia 2.60
Giappone 1.48
Media - 9.41