Qui si fa la storia.
Non quella universale,enfatizzata dei grandi uomini e delle grandi vite.Piuttosto quella segreta,marginale,periferica delle nostre piccole esistenze...così discrete,così straordinarie...di bevitori amatoriali.
Un amico argentino mi ha procurato una bottiglia di FINCA ALTAMIRA 2003 di Achaval Ferrer.Somma creazione di Roberto Cipresso,è un Malbec in purezza considerato il miglior vino del sudamerica dall’autorevole rivista americana Wine Spectator.Numeri da brivido:vigne di ottant’anni e resa di soli 12hl/ha.Se si pensa che per il Romanèe-Conti si arriva fino a 25hl/ha!!
Dopo lunga e amorevole conservazione un simile campione attendeva di essere stappato.I convenuti non potevano che annoverare i più agguerriti degustatori che il wine-bar Cairoli possa attualmente vantare:Marco Rinaldi,Michele Varraso,Antonio Lioce e Rosario Tiso.
Si è subito posta una questione:quali bollicine accostargli per ammostare,pulire,rinfrescare,tonificare le papille gustative chiamate ad un compito così piacevolmente impegnativo e gravoso?Abbiamo pensato ad un fuoriclasse d’oltralpe.Perchè,quando il dialogo si fa eccelso,un campione ne chiama un’altro per naturale interpunzione.
Purtroppo la schiera delle sfavillanti gemme della champagne della scuderia “La Flute“ in dotazione al wine-bar Cairoli è stata pesantemente falcidiata negli ultimi tempi.Al momento attuale son rimaste solo due bottiglie,peraltro di gran classe:la cuvèe Gabriel 1998 di Gosset-Brabant e la cuvèe 555 di Voirin-Jumel.Avendone già assaporato le qualità e magnificato i pregi e desiderando fortemente la novità,lo sguardo è migrato fatalmente altrove.
E qui è entrata in gioco la coppia Marco e Michele ed il loro mitico “cilindro“ enoico:è venuta fuori una bottiglia GRAND VINTAGE COLLECTION MILLESIME’ 1995 di Moet e Chandon.
E,soprattutto,la vera star della serata.....di cui parlerò diffusamente più avanti.
Un Marchese di Villamarina 1996 di Sella e Mosca,cabernet sauvignon mediterraneo di solito splendido,ha completato la serie di bottiglie stappate.
Ne è venuta fuori una serata memorabile che ha ingenerato una gamma pressochè completa e didattica di sensazioni degustative.Procediamo dal basso.
Delusione assoluta per il “Marchese“.Il campione,probabilmente mal tenuto visto l’abituale livello di eccellenza di questo storico vino sardo,pur decantato con largo anticipo,alla prima olfazione ha mostrato tratti estranei a qualsivoglia derivato dell’uva.Sembrava di aver messo il naso in un negozio di ferramenta o...peggio ancora...di percorrere la banchina maleodorante di un vecchio porto!All’unanimità è stato definito “da lavandino“,subendo l’omonima sorte.Ad aprire le danze è toccato perciò al Moet.
Ecellente.Archetipico.
Un coacervo di belle sensazioni al pari dell’antipasto che lo ha corredato:crostini caldi con caviale iraniano(..qualche purista storcerà il naso per l’abbinamento...).
Poi è stata la volta di uno splendido caciocavallo podolico del Gargano a cui è stato assegnato il compito di reggere l’urto del poderoso Finca Altamira.
L’ingresso in bocca è stato trionfante.Nel bicchiere ci è sembrato una bomba.Colore impenetrabile,consistenza oleosa,fittezza da brividi,spunti amaroneggianti.Poi,a metà bottiglia,una inaspettata “deflagrazione“.I bicchieri si sono orrendamente macchiati ed il liquido si è trasformato in una melma.
In etichetta si paventava il pericolo di residui organici importanti.
Ma la realtà è andata ben oltre.
Cos’è stato dunque il Finca Altamira?Una rosa profumata e carnosa che si è...nel finale...volgarmente,inaspettatamente,repentinamente spampanata.
PROBABILMENTE ANCHE QUI LA CONSERVAZIONE HA GIOCATO IL SUO RUOLO!!
Nella concitazione del conseguente smarrimento c’è stata la svolta.
Dalla cantina personale di Marco e Michele è emersa una bottiglia a sorpresa(“...la vera star della serata...“):il Clos de Vougeot 1978 della Maison Thorin.
Ecco il “coup de theatre“ inaspettato.
Qui occorre richiamare alla memoria una celebre definizione che fu introdotta nel lessico della critica enologica a partire dalla valutazione di un Brunello di Montalcino d’eccezione...il BIONDI SANTI RISERVA 1955(...unico “italiano“ad essere considerato tra i 12 migliori vini del XX° secolo...): “vino da inginocchiatoio“.
Si,il Clos de Vougeot 1978 della Maison Thorin è risultato un “vino da inginocchiatoio“.
Appena stappato e versato(sacrilegio!!) ci ha abbagliati con un colore ancora incredibilmente brillante.I suoi profumi sono stati serena espressione di una piena e compiuta terziarizzazione.Nitidi,eleganti,soavi.Grande balsamicità sopra ogni cosa(Marco continuava a ripetere:Halls mento-lyptos...le caramelle balsamiche!).Retrogusto senza spine acide e privo di qualsiasi amaritudine.Ancora una volta assistiamo ad un miracolo della benedetta terra di Borgogna.Ancora una volta “Francia uber alles“.Ancora una volta si va contro ogni logica che suggerirebbe di non attendere così a lungo la fruizione di un prodotto esposto ad ogni sorta di processi ossidativi.E,a quanto pare,anche ad ogni sorta di magici riequilibri.
Frutto di maestria enologica o fortunata combinazione di eventi evolutivi discordanti?
Di simili interrogativi...i nostri sensi non si sono più di tanto curati.Quando si accede all’empireo del piacere enoico poco spazio si concede ad ombrosi intelletualismi.
Si è lì...dove non si può che liberamente e gioiosamente volteggiare...
“...E più non dimandare...“.
ROSARIO TISO
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