Sono andato di nuovo a visitare l’azienda vinicola di Antonio Caggiano a Taurasi. Quando si visita un posto e si è esaurito il portato di novità in esso contenuto, lo si cataloga nella mente, riponendolo nella stanza delle memorie. Quando invece un luogo lascia ancora intentate tante strade, tante possibilità, ci si ritorna volentieri e riannodando i fili dei ricordi si cercano nuove emozioni. Solitamente questo accade quando il “genius loci“ è una grande anima:quel che indiscutibilmente è Antonio Caggiano.
Siamo arrivati con il gruppo “slow“ di S. Giovanni Rotondo e gli amici dell’Opus Wine in una domenica autunnale carica di presagi invernali. Il vento spazzava la verde campagna irpina e nuvole minacciose correvano ad ammassarsi, fortunatamente in lembi di cieli lontani.
Antonio Caggiano ci ha accolti con il consueto calore. Colpisce in questo uomo “antico“ l’entusiasmo che ci mette in tutto quel che fa. Nonostante stesse interpretando un ruolo identico a quello di sempre, riesce a trovare freschezza di eloquio e luminescenza di tratti, quasi fosse all’esordio del suo sogno. Un sogno che non cessa di evolversi, ingigantirsi, realizzarsi in nuovi raggiungimenti enoici, in nuove strutture, in nuova progettualità. Trovato finalmente un alter-ego, suo figlio, Antonio Caggiano presenta un tratto psicologico inedito:sembra acquietato, pacato. Il suo dire è persino gioioso. Più che del riconoscimento del suo lavoro pressoché unanime in Italia e nel mondo, sembra godere della fecondità della sua pianta. I semi sparsi negli anni hanno attecchito. La discendenza da carnale si è fatta spirituale. Sembra voler dire:tutto è compiuto. E così la presenza del figlio, silente e discreta nel corpo, campeggia in ogni sua frase come dominante emotiva e capiamo tutti che Antonio Caggiano è finalmente felice.
I suoi vini sono un ossequio al piacere organolettico. Dal più semplice Fiagre all’aristocratico Taurasi Vigna Macchia dei Goti, passando per le dolcezze del Mel, tutto inneggia alla solarità e al godimento dei sensi.
Passeggiando per la vigna del “Salae Domini“, un giardino di delizie con uve surmature in attesa della vendemmia dell’indomani, ho colto tutto il senso della vita:la natura e le sue leggi sono la nostra casa e tutto quello di cui abbiamo bisogno.
Perché la magia avvenga occorre una relazione. E ai Caggiano e al Taurasi hanno rivolto la loro attenzione tutti i componenti del gruppo di S. Giovanni Rotondo. Le loro menti erano come mani aperte che abbracciano, stringono, accarezzano. Con loro si è vissuto un momento di comunione frammisto al divertimento che amo definire un bene deperibile ma necessario. La capacità di andare al di là del superficiale fraseggio fra umani con lampi di intimità è la dote pregiata che riconosco a tanti degli amici vecchi e nuovi che mi hanno accompagnato.
Ringrazio tutti per questa bellissima giornata.
ROSARIO TISO
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